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[Volume Nono e volume decimo.]
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atti a ringiovanire l’unianità); l’uo-mo che la modestia voleva con-giunta con ignea virtù; che del sa-pere diceva: se non è generoso ,non è sapere; che senza verità edignità non credeva eloquenza ; efomite dell’ estro l’altezza dell’ ani-mo; in queste sentenze rappre-sentava sè stesso.

Senza fiele, senza impostura nèinvidia, nessuno offese ; nè per so-stenere sè stesso, depresse altrui:solamente per disingannare l’illu-sa gioventù, affrontò l’ire de’ dot-ti. Morigerato, sincero, palesatorefranc^ de’ benefizii ricevuti : tenevache con pochi potessesi stringere a-micizia fida, e che l’amistanza dis-soluta con tutti non fosse se nonper fine d’utile o di piacere.

Grave colpa e dell’ uomo e delloscrittore fu troppo sovente eccede-re nelle lodi: colpa men sua che deltempo. Avvezzo dalla gioventù adessere molto pe’suoi bisogni conver-sevole j strascica per uso questa gra-ve catena. Confessa perfino d’ averscritte le altre opere, tranne laScienza Nuova , per ottenere unacattedra. Ma qui egli calunnia, in-felice, sè stesso.

Disse che le lettere cadrebberose non le proteggessero i principi ;che l’autorità del principe è il giu-dizio del merito, e sin della civileonestà ; che i principi con lo splen-dore dell’ armi donano ai libri l’e-ternità: che i grandi commettendoall’eloquenza le lodi de’suoi, onora-no quella. Non è maraviglia s’ eglifacesse i suoi principii del Diritto u-niversale inchinarsi al più basso or-

10 della sacra porpora del Corsini, ese dicesse il Cielo carico della glo-ria de" Santi di quella famiglia; ese ricevuta dall’uomo che gli avevanegato 1’ occorrente alla stampadel libro, una lode d’esso libro, e’dicesse « colmato di tanto onore,» non ebbi cosa al mondo più da» sperare.» Al duca di Medina Celidice a viso che la romana grandezzaha seggio più glorioso che sui settecolli, nell’ alta sua mente. Nellamalattia di Carlo secondo la terranon dà fiori nè fronde; i fiumi ri-tornano addietro, non c’ è più sole.Filippo quinto col suo venire fa1’ acque più limpide ; altro cielo,altra terra. Il sole non vede mag-gior di lui : egli signore delle leg-gi, noi servi. Luigi decimoquartocomprende in sè tutti i senni de’principi, come la natura tutte levirtù delle cose. Carlo terzo è de-gno d’ onori divini. Le lodi ai re,come l’incenso a Dio. Religiose lereliquie di Carlo d’Angiò. E Napoli,da lui già lodata per città libera,lodasi poi per la sua fede al prin-cipe. E lodasi la necessaria dissi-mulazione della monarchia spa-gnuola; e lodasi un Filomarino delbenefizio alla Spagna recato com-primendo la mossa di Maso Aniello.

In pena forse del suo soverchiolodare, il Vico ebbe lodi minori delmerito, e biasimi che lo trafissero.Un napoletano mandò ai giorna-listi di Lipsia alcune parole di spre-gio e bugiarde contro la ScienzaNuova; e per essere creduto buonamico a que J signori tedeschi, taccia

11 Vico troppo di devoto alla chiesa

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