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[Volume Nono e volume decimo.]
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» cino. » E tali parole ripetevagliancora salendo in carrozza nellostendergli la mano per congedarsi.Il Mabellini accertò poi avere intale occasione ravvisato i suoi de-trattori; ma pago dell’essere statariconosciuta la sua innocenza, ge-nerosamente non volle mai in veru-na guisa palesarli.

Mostrò pochi mesi dopo il cardi-nale d’essere zelante mantenitoredelle sue promesse, ed il Mabellinivenne chiamato in Torino come ri-petitore di teologia nel R. collegiodelle Provincie: e quindi dopo lamorte del suè protettore 1’ abateRoffredi di Saorgio saviglianese,bibliotecario della R. università diTorino, lo propose al magistratoper assistente soprannumerario al-la medesima biblioteca, come didattia’ dì 31 maggio 1798 venne nomina-to con promessa di proporlo quantoprima a S. M. il re Carlo EmanueleIV per l’effettività. Andavagli taleimpiego oltremodo a sangue, per-chè gli favoriva i mezzi allo studiodelle lingue,'e permettevaglidi pro-seguire le sue lezioni di teologianel collegio. 3Ia la disgustosa lon-tananza della R. famiglia da Torinofu cagione ch’egli non potè conse-guire il titolo d’assistente effettivoche nell’anno 4800.

Inque’tempi ne’quali erano ancorain fiore le accademie letterarie, leprincipali di queste andarono a garaper annoverare tra i loro socii ilMabellini, e fu tra i primi inscrittoin quella detta degli Unanimi, in-stituita nel 1788 dall’ eruditissimoprofessore Carlo Marco Arnaud.

Voi.. IX.

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Brasi egli, per seguire la moda deltempo, dato a coltivare le Muse, estampò in alcune Raccolte di poe-sie versi ora italiani, ora francesi,ora spagnuoli, ora portoghesi, mala sua mente, fatta per la meditazio-ne di cose gravi, fecegli confessarenon esser nato per la poesia, e die-de l’addio per sempre all’Elicona.

Rimasto orfano, dopo aver mari-tato la sorella primogenita, diedesiogni cura per l’educazione di unfratello minore, e di un’altra sorel-la, che formava la sua delizia, e chesposò ad un suo carissimo amicosaviglianese, il signor Casimiro Mo-vellis nel 4799, ed egli soleva direche la felicità di questa era la sua:ed allorquando essa senza prole nel4806 mancò di vita, ebbe a versaretanto pianto, che raddoppiatasi inlui la solita sua malinconia, pocomancò non la seguitasse alla tomba;la qual cosa sarebbe al certo avve-nuta, se le incessanti cure del suocognato non avessergli mitigato ildolore. A tale disastro gli si ag-giungevano in quel tempo disgusto-si contrasti col capo dell’università,per cui venne ad abborrire quel-P impiego, che con tanta soddisfa-zione copriva per Io innanzi. Scri-veva egli a’ dì 8 febbraio 4807 daTorino : « L’università va come può:» sono dieci mesi che siamo in cre-» dito degli stipendii e non ci ven-» gono pagati. Una carriera più mi-» serabile di questa non si può da-» re ; è peggio che se ci lasciassero» lavorare per carità. Qualunque» occupazione ch’io trovassi, man-» derei alla malora questo mio irn-44