UlìRO OTTA \ O
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Ma, ira mezzo alle fiamme e a le tenèbre,D’un salto si scagliò precipitoso,
Dove più denso e in maggior copia il fumoOndeggiava c il vapor lento che tuttaAvea piena la grotta. Alfin ghermillo,
Mentre più incendj vaporava indarno;
E come nodo, al collo ambe gli strinseLe terribili mani, onde dal capoNe schizzar gli occhi, e ne scoppiò la strozzaVuota di sangue. Infrante allor le sbarreDella soglia, s’apri l’atra spelonca;
Parvero allora le giovenche addotteDallo spergiuro, e l’altre prede: e trattoPer li piedi il cadavero difforme,
Satisfece di tutti alla veduta.
Mossi di meraviglia, intorno a UfiSi stringon tutti, contemplando i crudiTerribili occhi, il ceffo, e il fero pettoIspido di gran vello, e intra la golaCompresse e spente del Iadron le fiamme.Quindi è l’onor che al Dio si rende, c lietiFèr solenne cjuel giorno e gloriosoI posteri. Potizio il primo autoreFu della festa; e dell’Erculeo ritoMinistra de’ Pinarj è la famigliaChe statui nel bosco al Dio quest’ara,
Che Massima si dice ora da noi,
E di Massima sempre il nome avrassi.
Su via, giovani, or dunque! A la memoriaDi colai beneficio, or vi cingete