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Tomo III.
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Di tal virtù, qual che pur sia levento.

E per questo mio capo io Io ti giuro,

Per cui giurar soleva il padre mio,

Che a la tua madre ed a la tua famigliaQuesti stessi presenti io son per dare,

Che per te stesso al tuo ritorno io serbo .

Così dicea piangendo Ascanio; e scintaLa spada che davorio il fodro avea,

Opra di Licaóne, e lelsa doro,

Asuoi fianchi la cinse; indi MnesteoDun villoso lion lo spoglio interoIndossa a Niso ; e il proprio elmo gli porseIl vecchio Alete. Armati, a la lor viaSincamminano quindi ; e lor son dietroGiovani e vecchi con ricordi e voli;

E il bellissimo Giulo, in si verdanniPalesando a granduopo alma virileE maturo consiglio, sintrattieneCon lor parlando ; e da recarsi al padre molti avvisi. Ma gittate indarnoFùr le parole, chè le sperse il vento.

Escono alfine dal ricinto; e il fossoValicato, amendue da le notturneOmbre coverti, avanzano lor passiVerso al campo nemico: anzi a la morte,

Che dopo molta strage ivi li attende.

Stesi per lerba e in un confusi e mistiVeggion qui e corpi nemici in terraGiacer, sepolti nel sonno e nel vino;

Starsi eretti in sul lito i carri vuoti,