LIIìRO JiO.S'O
513
L’un l’altro; e il feritor, lieto del colpoChe gli successe, un altro anco ne vibra :
E mentre hanno tra lor contrasto e garaDi parole, ronzando il dardo volaA le tempie di Tago , e si conficcaNel cerebro trafitto. In maggior furiaA r enne Volscente allor, ehè non sa d’ondePartano i teli, e in chi faccia vendetta :
Ma tu ne pagherai, gridò, la penaDi questi uccisi col tuo sangue istesso.
E in cosi dir, col ferro evaginatoVa sopra Eurialo. Non sostenne alloraNiso, fuor di sè stesso e spaventato,
Una tal vista; c dagli agguati uscendo,
Me, me, gridava, o Rullili, uccidete ;
Mia n’ è la colpa e questo istesso inganno :In me gli sdegni convertite. Il cielo,
Le stelle consapevoli n’attesto,
Che nulla ha contro voi questo meschinoArdito nè potuto. — Un cosi forteAmor lo stringe all’infelice amico.
Questo indarno dicea, ehè già discesaEra la spada dell’irato al pettoCon gran furia del giovine infelice.
Di quel colpo trafitto e moribondoStramazza Eurialo, e per le belle membraCorre il tepido sangue, e il capo cadeDispossato in su gli omeri : a quel modoChe dall’aratro infranto a terra inchinaPurpureo fiore, e languido si piega
:si
TOM. HI.