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Levarono gran’pianti e gran’lamentiLe genitrici; nè regai decoro,
Nè consiglio, nè forza altrui, contenneEvandro dal lanciarsi intra gli astanti;
Ma in sul feretro si gittò del figlio,Abbracciandolo stretto, e dall’angosciaPallido, freddo, mulo. Alfin sua dogliaLa via s’aperse, e singhiozzando disse: .Questo non promettevi, o figlio mio,
Pria di partir: che circospetto e cauto
Stato saresti nella guerra! Ahi lasso!_
Ben sapev’io quanto feroce in coreGiovanile il desio di gloria ardesseNelle prime battaglie! Ahi sventuratePrimizie di valore! Ahi di vicinaOrrida guerra infausti esperimenti !
Ahi prieghi, ahi voti miei, da niuno Iddio
Secondati !_Santissima consorte,
Te fortunata, che morendo, a tantaSciagura ti se’tolta! ed io, meschino,Sorvissi a me medesmo, onde la mortePiangessi di Pallante, orbato padre!
Me dovcan tór di vita, allorché strinsiLega co’ Teucri, i Rutuli nemici ;
Chè l’alma e il sangue volentieri io davaPel figlio! mio, sicché questa lugubrePompa per lui non fora. E non per questoDei patti che con voi fermati ho primaIo mi disdico, o Teucri, e non mi recoVostra amistade a sdegno. A mia vecchiezza