I.A MUSOGOMA
VITI
Ma la varia beltade, onde naturaLe rive adorna de’ruscelli e il prato,L’antica non potea superba curaAcchetar, di che porta il cor piagato.Incessante la punge ed aspra e duraLa memoria del cielo abbandonato,
Alla cara pensando olimpia sedeVenula in preda di tiranno erede 8 .
IX
Quindi nell’ alto della mente infissiStanle i fratelli al Tartaro sospinti,
Ivi in quei tenebrosi ultimi abissiDal fiero Giove di catene avvinti.
E molto è già9 che in quell’orror son vissi,Nò gli sdegni lassù son anco estinti ^
Chò nuova tirannia sta sempre in tema,
E cruda è sempre tirannia che trema.
X
Arrogo, che del suo minor germano 10Novella più non intendea, da quandoRe Giove usurpator figlio inumanoDal tolto Olimpo lo respinse in bando:
Nè sapea che Saturno iva di GianoPer le quete contrade occulto errando,
Ai nepoti d’Enotro", al Lazio amico,
Del secol d’oro portator mendico.
XI
In tante d’ odio e d’ira e di cordoglioAltissime cagioni ella smarritoDel gran titanio sangue avea l’orgoglio,
E fior parea depresso, abbrividito,
Quando soffiar dall’iperboreo scoglioSi sente d’Orizia' 1 ' l’aspro marito}
E tutta carca di soverchia brinaL’odorosa famiglia il capo inchina.