SATIRICHE, EC. 33 I
Misto fragor di timpani c trombettiRumoreggiando per l’immensa calcaS’appressa, e il fior de’ Cavalieri elettiSu focosi destrieri alto cavalca.
Ecco di genti soggiogate e dome
Che fremean dell’Orante in su la riva,
Carca di ferro ed ispida le chiomeLa terribil cervice andar cattiva.
Orrido ingombro alle stridenti carra
Fan sciable e lancie affumicate e brune,
E rotti avanzi di nemica sbarra,
Che stan confusi fra turbanti e lune.
Veggo sublimi tremolar le code
De’ Barbari bassa spiegate al vento,
E le dita il crudel Trace si rode,
Mentre obliquo le guata e turbolento.
Qua colle braccia mozze e sanguinoseSenti chieder pietà corpi feriti ^
Là miri il pianto dell’ Odrisie spose,
Già vedove d’amanti e di mariti.
Sì triste oggetto intenerisce ed angeAlle donzelle spettatrici il core :
E intanto a chi per lor sospira e piangeSi fa pompa d’orgoglio e di rigore.
Duncjue a farvi con noi dolci c pietoseNon bastano d’arnor le piaghe acerbe!
Voi sareste più belle e più vezzose,
Se ancor foste men crude e men superbe.
Questo si lasci detestato vantoAi Tartari feroci, agli Affricani;
Noi li trarremo per le vie frattanto,
Incatenati e piedi e collo e mani.