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4 (1840) Iliade di Omero / traduzione di Vincenzo Monti
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LIBRO II

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v . 421*460

Divorata cofigli anco la madre,

Del vorator fe il Dio , che lo mandava,Nuovo prodigio } e lo converse in sasso.Stupidi e muti ne lasciò del fattoLa meraviglia^ e a noi, che dellorrendoPortento fra gli altari intervenutoIncerti ci stavamo e paventosi,

Calcante profetò: Chiomati Àchivi,

Perchè muti così ? Giove ne mandaNel veduto prodigio un tardo segnoDi tardo evento , ma d eterno onore.

Nove augelli ingojò langue divino,

Nov anni a Troja ingojerà la guerra,

E la città nel decimo cadrà.

Così disse il profeta : ed ecco ornaiTutto adempirsi il vaticinio. Or dunquePerseverate, generosi Achei}

Restatevi di Troja al giorno estremo.

Levossi a questo dire un alto grido,

A cui le navi con orribil ecoRispondean, grido lodator del saggioParlamento dUlisse. Ed incalzandoQuei detti il vecchio cavalier Nestorre:

Oh vergogna! dicea } sul vostro labbroParole intesi di fanciulli, a cuiNulla cal della guerra. Ove nandi'annoI giuramenti, le promesse e i tantiConsigli de più saggi e i tanti affanni,

Le libagioni degli Dei, la fedeDelle congiunte destre ? DissipatiN andran col fumo dell altare ? Achei,

Noi contendiamo di parole indarno,

E in vane iiuluge il tempo si consuma,Che dar si debbe a salutar riparo.

Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermoSu gli Achei nelle pugne alza lo scettro }Ed in proposte, che d effetto voteCadran mai sempre, marcir lascia i pochi,Che in disparte consultano , se in ArgoRedir si debba, pria che falsa o vera