LIBRO II
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Divorata co’figli anco la madre,
Del vorator fe il Dio , che lo mandava,Nuovo prodigio } e lo converse in sasso.Stupidi e muti ne lasciò del fattoLa meraviglia^ e a noi, che dell’orrendoPortento fra gli altari intervenutoIncerti ci stavamo e paventosi,
Calcante profetò: Chiomati Àchivi,
Perchè muti così ? Giove ne mandaNel veduto prodigio un tardo segnoDi tardo evento , ma d’ eterno onore.
Nove augelli ingojò l’angue divino,
Nov’ anni a Troja ingojerà la guerra,
E la città nel decimo cadrà.
Così disse il profeta : ed ecco ornaiTutto adempirsi il vaticinio. Or dunquePerseverate, generosi Achei}
Restatevi di Troja al giorno estremo.
Levossi a questo dire un alto grido,
A cui le navi con orribil ecoRispondean, grido lodator del saggioParlamento d’Ulisse. Ed incalzandoQuei detti il vecchio cavalier Nestorre:
Oh vergogna! dicea } sul vostro labbroParole intesi di fanciulli, a cuiNulla cal della guerra. Ove n’andi'annoI giuramenti, le promesse e i tantiConsigli de’ più saggi e i tanti affanni,
Le libagioni degli Dei, la fedeDelle congiunte destre ? DissipatiN’ andran col fumo dell’ altare ? Achei,
Noi contendiamo di parole indarno,
E in vane iiuluge il tempo si consuma,Che dar si debbe a salutar riparo.
Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermoSu gli Achei nelle pugne alza lo scettro }Ed in proposte, che d’ effetto voteCadran mai sempre, marcir lascia i pochi,Che in disparte consultano , se in ArgoRedir si debba, pria che falsa o vera