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ILIADE
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Stanno sul taglio della spada. Or vanneTu, clic giovine sei, vanne, e il veloceChiamami Ajace e di Filéo la prole,
Se pietà senti del mio tardo piede.
Così parla il vegliardo. E DiomedeSoli’ omero si getta una rossicciaCapace pelle di lion, cadenteFino al tallone, ed una picca impugna.Andò l’eroe, volò, dal sonno entrambiLi destò, li condusse^ e tutti in gruppoS’ avviar delle guardie alle caterve :
Nè delle guardie abbandonato al sonnoDuce alcuno trovar, ma vigilantiTutti ed armati e in compagnia seduti.Come i fidi molossi al pecorileFan travagliosa sentinella, udendoCalar dal monte una feroce belva ,
E stormir le boscaglie} un gran tumultoS’ alza sovr’ essa di latrati e gridi,
E si rompe ogni sonno } così questi,
Rotto il dolce sopor su le palpebre,
Notte vegliano amara, ognor del pianoAlla parte conversi, ove s’udisseNemico calpestio. Gioinne il veglio,
E confortolli, e disse : VigilateCosì sempre, o miei figli, e non si lasciNiun dal sonno allacciar, onde il TrcjanoDi noi non rida. Così detto, il varcoPassò del fosso, e lo scguiéno i regiA consiglio chiamati. A lor s’aggiunseCompagno Merione, e di NestorrcL’inclito figlio, convocati aneli’ essiAlla consulta. Valicato il fosso,
Fermiìrsi in loco dalla strage intatto,
In quel loco medesmo, ove sorgiuntoEttore dalla notte alla crudeleUccisione degli Achei fin pose.
Quivi seduti, cominciar la sommaA parlar delle cose} c in questi dettiNestore aperse il parlamento: Amici,