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4 (1840) Iliade di Omero / traduzione di Vincenzo Monti
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LIBRO X

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"Ad esplorar, se, come pria, guardateSien le navi; o se voi, dal nostro ferroDomi, toniate del fuggir consiglio,

Schivi di veglie, e di fatica oppressi.

Sorrise Ulisse , e replicò: Gran donoCerto ambiva il tuo cor, del grande AchilleI destrier. Ma domarli e cavalcarliUom mortale non può, tranne il Pelide ,

Cui fu madre una Dea. Ma questo ancoraContami, e non mentire: Ove lasciasti,

Qua venendoti, Ettorrc ? ove si stanno1 suoi guerrieri arnesi? ove i cavalli?

Quai son de 1 Teucri le vigilie c i sonni?

Quai le consulte ? Blocclieran le navi ?

O in Ilio torneran, vinto il nemico?

Gli rispose Dolon: Nulla del veroTi tacerò. Co suoi più saggi EttorrcIn parte da rumor scevra e sicuraSiede a consiglio al monumento dilo.

Ma le guardie, o signor, di che mi chiedi,Nulla del campo alla custodia è fissa:

Che quanti in Ilio han focolai-, costrettiSon cotesti alla veglia, e a far la scoltaSesortano a vicenda. Ma nel sonnoTutti giaccion sommersi i collegati,

Che , da diverse regi'on raccolti,

figli avendo consorte al fianco,

Lasciano ai Teucri delle guardie il peso.

Ma dormon essi co Trojan confusi(Ripiglia Ulisse), o segregati? Parla;

Chio vo saperlo. E a lui dEumcde il figlioCiò pure ti sporró schietto e sincero.

Quei della Caria, ed i Peonj arcieri,

I Lelegi, i Caucóni ed i Pelasghi

Tutto il piano occupar, che al mare inchina;

Ma il pian di Timbra i Licj e i Misj alteri

E i frigj cavalieii, e con gli equestri

Lor drappelli i Meonj. Ma dimande

Tante perchè? Se penetrar vi giova

Nel nostro campo, ecco il quartier de Traci,