z6o
ILIADE
t’. 22T-a6o
E Damaso colpì tra le ferrateGuance dell’elmo. L’ elmo non sostenneLa furiosa punta, che, spezzatiI temporali, gli allagò di sangueTutto il cerébro, e morto lo distese-,
Indi all’ Orco Pilon spinse ed Ormeno.
Nè la strage è minor di Leontéo,
D’Antimaco figliuolo, anzi di Marte .
Sul confin della cintola ei percoteIppomaco coll’asta; indi, cavataDal fodero la daga, per lo mezzoDella turba si scaglia, e pria d’un colpoTasta Antifonte che supin stramazza ;
Poi rovescia Menon, Jameno, Oreste,
Tutti l’un sovra l’altro nella polve.
Mentre che Polipéte e Leontéo >
Delle bell’armi spogliano gli uccisi,
La numerosa e di gran core armataTroiana gioventude, impazienteDi spezzar la muraglia, arder le navi,Polidamante ed Ettore segufa,
I quai repente all’ orlo della fossaIrresoluti s’arrestar, dubbiandoDi passar oltre; perocché sublimeUn’aquila comparve, che sospesoTenne il campo a sinistra. Il fero augelloStretto portava negli artigli un di-agoInsanguinato, smisurato e vivo,
Ancor guizzante, e ancor pronto all’ offese,Sì che vólto a colei che lo ghermfa,
Lubrico le vibrò tra il petto e il colloUna ferita. Allor la volatrice,
Aperta l’ugna per dolor, lasciolloCader dall’alto fra le turbe; e, forteStridendo, sparve per le vie de’venti.
Visto in terra giacente il maculatoSerpe, prodigio dell’Egioco Giove,
Inorridirò i Teucri ; e, fatto avanti
All’ intrepido Ettór, Polidamante
Sì prese a dir: Tu sempre, ancorché io porti