unno xviii
Con Ira i Trojani co’ Trojani irataMacchinar qualche offesa io non dovea?
Mentre seguian tra lor queste contese,
Teti agli alberghi di Vulcan pervenne,Stellati eterni rilucenti alberghi,
Fra i celesti i più belli, e dallo stessoVulcan costrutti di massiccio bronzo.
Tutto in sudor trovollo affaccendatoDe’ mantici al lavoro. Avca per manoDieci tripodi e dieci, adornamentoDi palagio regai. Sopposte a tuttiD’ oro avea le rotelle, onde ne gisseDa sè ciascuno all’assemblea de’numi,
E da sò ne tornasse onde si tolse:
Maraviglia a vederli! Ornai compiutoL’ammirando lavor, solo restavaCh’ ci v’ adattasse le polite orecchie,
E appunto all’ uopo n’ aguzzava i chiovi.Mentre venia tai cose elaborandoCon egregio artificio, entro la sogliaL’ alma Teti mettea 1’ argenteo piede.
La vide, e le si fe Caritè incontro,
Ornata il capo d’eleganti bende,
Dell’inclito Vulcan moglie vezzosa}
Per man la strinse} e, il roseo labbro aprendoQual, le disse, cagione, o bella Teti ,
Ti guida inaspettata a queste case ?
Rado suoli onorarle; e nondimenoSempre cara vi giungi e riverita.
Inoltrati, perch’ io pronta t’ apprestiLe vivande ospitali. — E, sì dicendo,
La bellissima Dea 1’ altra introdusse,
E in un bel seggio collocolla, ornatoD’ argentee borchie a lavorio gentileCol suo sgabello al piede. Indi a chiamarneCorse l’esimio fabbro, e sì gli disse:
Vieni, Vulcan; che ti vuol Teti. — Ed egli:
Venerevole Diva e d’ onor degnaNella casa mi venne. Ella malconcioE afflitto mi salvò, quando dal cielo