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4 (1840) Iliade di Omero / traduzione di Vincenzo Monti
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LIBRO XVIII

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Camminavano; ed egli a tardo passoAvvicinato a Teti, in un lucenteTrono sassise; e, la sua man ponendoNella man della Dea , così le disse:

Qual mia sorte tadduce a queste soglie,O sempre cara e veneranda Teti ,

In quellampio tuo peplo ancor più bella?Troppo rado ne fai di tua presenzaContenti e lieti. Or parla, e il tuo desireLibera esponi. A soddisfarlo il gratoCor mi sospinge, se pur farlo io possa,

E il farlo mi saddica. E a lui, suffusaDi lagrime i bei rai, Teti rispose:

Delle Dive dOlimpo e qual sofferseTanti, o Vulcano, tormentosi affanni,Quanti in me Giove n adunò ? Me solaFra le dive del mar suggetta ei feceAd un mortale, al re Peléo . RitrosaNe sostenni gli amplessi; ed egli or giaceLogro dagli anni nel regai suo tetto.

il tenor qui restò di mie sventure:

Mi nacque un figlio; io leducai gelosa,

E come pianta ci crebbe, e mi divenneIl maggior degli croi. Questo germoglioDi fertile terren, questo dilettoUnico figlio su le navi io stessaSpedii di Troja alle funeste riveA guerreggiar co Teucri. Avverso fatoGli dinega il ritorno; ed io non deggioNella pelea magion madre infeliceAbbracciarlo più mai. questo è tutto.Fin chei mi vive, e la ria Paica il raggioGli prolunga del Sole, ei lo consumaNella tristezza, giovarlo io posso.

Dagli Achivi ottenuta egli savea,

Premio di sue fatiche, una fanciulla:Agamennón gliela ritolse; ed esso,Dellonta irato e nel dolor sepolto,

Si ritiassc dallarmi. I Teucri intantoAlle navi rinchiusero gli Achei,