LIBRO XVIII
58i-G .o
Camminavano; ed egli a tardo passoAvvicinato a Teti, in un lucenteTrono s’assise; e, la sua man ponendoNella man della Dea , così le disse:
Qual mia sorte t’adduce a queste soglie,O sempre cara e veneranda Teti ,
In quell’ampio tuo peplo ancor più bella?Troppo rado ne fai di tua presenzaContenti e lieti. Or parla, e il tuo desireLibera esponi. A soddisfarlo il gratoCor mi sospinge, se pur farlo io possa,
E il farlo mi s’addica.— E a lui, suffusaDi lagrime i bei rai, Teti rispose:
Delle Dive d’Olimpo e qual sofferseTanti, o Vulcano, tormentosi affanni,Quanti in me Giove n’ adunò ? Me solaFra le dive del mar suggetta ei feceAd un mortale, al re Peléo . RitrosaNe sostenni gli amplessi; ed egli or giaceLogro dagli anni nel regai suo tetto.
Nè il tenor qui restò di mie sventure:
Mi nacque un figlio; io l’educai gelosa,
E come pianta ci crebbe, e mi divenneIl maggior degli croi. Questo germoglioDi fertile terren, questo dilettoUnico figlio su le navi io stessaSpedii di Troja alle funeste riveA guerreggiar co’ Teucri. Avverso fatoGli dinega il ritorno; ed io non deggioNella pelea magion madre infeliceAbbracciarlo più mai. Nè questo è tutto.Fin ch’ei mi vive, e la ria Pai’ca il raggioGli prolunga del Sole, ei lo consumaNella tristezza, nè giovarlo io posso.
Dagli Achivi ottenuta egli s’avea,
Premio di sue fatiche, una fanciulla:Agamennón gliela ritolse; ed esso,Dell’onta irato e nel dolor sepolto,
Si riti’assc dall’armi. I Teucri intantoAlle navi rinchiusero gli Achei,