ILUnE v . I01.340
Domestico dolor, cliè qui veniteAd aggravarmi il mio? forse n’è pocoL’alto affanno, in che Giove mi sommerse,
Il più forte togliendomi de’ figli?
Ma voi medesmi vel saprete in breve,
Voi che senza difesa, or ch’egli è morto,
Sotto le spade degli Achei cadrete.
Ma deh! pria che veder Troja distrutta,
Deh ! eh’ io discenda alla magion di Pluto.
Così grida il tapino; e con lo scettroFuor ne mette la turba che sommessaSi dileguava. Irrequieto poscia,
I suoi figli bravando, li rampogna,
Fieno e Pari c Antifone e PanimeneE l’illustre Agatone c il prode in guerraBuon Polite e Deifobo ed Agavo,
Di divina sembianza giovinetto,
Ed Ippotóo. Si volge a questi noveCon acerbi rabbuffi il doloroso;
E: Studiatevi, grida: a che vi state,
Nequitosi infingardi? oh foste tuttiSpenti invece d’Ettorre ! Oh me infelice !
Re dell’eccelsa Troja, io generai
Fortissimi figliuoli, c nullo in vita
Ne rimase. Caduto ò il deiforme
Mio Méstore; caduto è il bellicoso
Tróilo , di cocchi agitatore; ed ora
Ettore cadde, quell’Ettór che un Dio
Fra’mortali parea; no, d’un mortale
Figlio ei non parve, ma d’un Dio . La guerra
Mi tolse i buoni, e mi lasciò cotesti
Vituperj ; sì, voi, prodi soltanto
Alle danze, agl’inganni, alle rapine.
Su; che si tarda? Apparecchiate il carro;
Ponetevi que’doni, e vi spedite,
Onde senza più starmi io m’incammini.
Rispettosi al garrir del genitoreCorser quelli, e dier fuora incontanenteL’agile plaustro tutto nuovo c bello,
E una grand’arca vi legar di sopra.