DELL’ ARCHITETTURA
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gradevoli, e potrebbero divenire anco onorifici per gl’inven-tori e per la nazione.
Che bel soggetto per un fuoco d’ artificio non sarebbe ilcombattimento degli Angeli buoni contro i cattivi ! Miltonne offre gran dettagli, Che altri bei soggetti non sarebberol’incendio di Troia, la caduta de’Giganti! Ma per tali spet-tacoli ci vorrebbero delle macchine. Queste maravigliose ri-sorse dall’arte non si debbono lasciare oziose nelle più bellecongiunture, e in queste sorprendenti rappresentazioni, soc-correndo l’artifìcio del fuoco, e ravvivandone l’azione, man-terrebbero l’illusione, che ne fa il piti necessario incanto. Learti sono destinate ad aiutarsi, e ad unirsi insieme.
La fucina di Vulcano, tratta dall’ottavo libro della Enei de , è un soggetto, di cui non pub darsi più proprio per unfuoco. Questo soggetto fu dato dal Principe Chigi, che vol-le con magnificenza Romana festeggiare l’Arciducha Massimi-liano d’Austria, che nel 1775. fu in Roma . L’Architettoper eseguire sì grande idea piantò in mezzo a piazza Colon-na una montagna aspra, bruciata, e ardente, dalle cui spac-cature scappava fuori la colonna Antonina gentilmente sta-ziata, che discordava enormemente col Vulcano , e potevaaccordarvi benissimo, se si mascherava di vortici di fumo,e di fiamme, che s’inalzassero dal cratere del monte, chepoteva rappresentarsi con effigiare ne’ suoi dirupi e lave, eceneri, e pomici, e spume, e arene, e quelle principali pro-duzioni , che i Naturalisti osservano su i Vulcani. Le sta-tue , i trofei, e i vari arnesi d’ogni specie di metallo lavo-rati in quella fucina erano bene espressi, quantunque non be-nissimo disposti, e nudi d’iscrizioni, di motti, diversi, de’quali Roma è tanto sagace. La decorazione era terminata daun recinto di palchetti, e di orchestre di un ornato festoso,e tutto disparato dalla rustichezza del soggetto primario jmentre che fino i lumi, ed i suoni doveano essergli analoghi.Ma più analogo dovea essere il fuoco. Dovea un cupo suorno far sembianza di scuotere a riprese variamente forti lepiù profonde viscere della montagna ; doveano sentirsi i tre-mendi colpi sulle incudini di que’ fabri giganteschi, i qualiinfiammati, e lucenti si aveaao a muovere in diverse guise»