Della Volgar Poesia. DialVIIL i : S7 '
Sì violenta in terra , e in mar fi mosse*
Cile de V esposta Re son SicenaTremar se i lidi, e porto al ciel sarena.
Eccovi finalmente il quarto, il quale è senza fallo pili artifizioso, co^me piir al vivo rappresentante, in quel passo , nel quale dovendosi es-primete Tatto del fiume voraginoso, dicesteNe in strepitosi vortici contorto .
il numero del qual verso, e ss armonìa delle parole , che lo compon-gono, portan seco ss istesso atto*. Ma contuttoché ss evidenza richieg-ga ss espressione delle parti, e delle circostanze delle cose,- non dovrà«Ila farsi esattissima, e nella forma, dichiam cosi, che fa il Pii cor*nelle tele: anzi è necessario avvertire d’esprimer ciò , che basta , enon più, tralasciando quel, che è soverchio, o di poco*riguardo ; enon già facendo, come fa il Trissino nel suo Poema, che fra le mol-te in descriver Patto del vestirsi di Giustiniano Imperadore dice, cheprima gli fu messa la camicia , poi il giubbone,- indi le calze , e lescarpe,- poi si lavò le mani, poi le asciugò, appresso gli fu pettinatala chioma, e quindi gli fu messa la berretta, eia corona, eia veste,' > ^e il manto Imperiale: descrivendo minutissimamente, e la camicia,e il giubbone, e le calze, e le scarpe, e il vaso dell’acqua, e ildrap-* po, col quale asciugò le mani, e la corona, e la veste, e il manto;perché simili circostanze, quantunque piene di proprietà , non mara-viglia, e diletto, ma rincrescimento, e peravventura anche riso, ca-gionar sogliono in chi legge. Né basta a salvare il Trissino da questataccia ss esempio d’Omero, die aprì tale strada : imperciocché o do-vettero a’tempi d’Omero esser dilettevoli , e ripiene di maraviglia sìfatte espressioni, perche i costumi, come un’altra volta abbiam det-to, non erano tanto ripuliti, e dilicati, come ora sono : o dobbia-mo'dire, che d’Omero si vuole imitare il buono, avendo ogni granola sua veccia, e il suo loglio: o finalmente s’à a credere, che ssufo,siccome in ciò condanna i seguaci, abbia condannato anche il Mae-stro. Ora udite in caso poco dissimile da quel del Trissino come ilrostro Lacone si contiene, e con questo riscontro fornisco di ragio-nare. Nel canto trigesimoterzo, ove si parla del Dandolo, e di Gu-glielmo, che furono albergati dal Salentino, tra le altre cose, si de»scrive la mensa, e ss atto d’adagiarvisi, nella seguente guisa-Ma potrete voi pur coi nuovo sole
ledergli: or d’esca è tempo, e di ristoro'.
Che de le mense in su le bianche staloD'esser già ì cibi cenno fan coloro tE nel fin di quest' ultime parolaLevati in pii da ì primi seggi loroVenner’ ove attendeano i servi chiniCo i cavi argenti in mano , e ì bianchi lini iSparser fi alquanto in su /’ estreme ditaDi distillati fiori acque composta'.
A gran mensa s’affiserò imbanditaDi pregiate vivande in copia poste r
Ove