L La Scienza Usuàie
îdeafra se stesso la pianta di un’opera e la eseguì”sce al di fuori. Giugne sino ad imitare nelle sueopere la fecondità stessa del Creatore. In fattiLordine stabilito nella natura riproduce in og-gi le medesime piante, coltivate giada Ada-mo e da Noè, e le macchine che messe furonoin moto ed azione perla prima volta sotto ladireziondi Tubalcaino, o d'Archila-, hannodipoi sempre continuato a riprodurre i mede-simi effettiun giorno trasmette così ali’ altrola notizia deli’opere di Dio, e le invenzionidell’ uomo.
Alzandolo noi ad un confronto sì onorevolf,che è tolto non meno dalla Scrittura che dallaesperienza, non perdiamo già di vista la sua na-tural debolezza. L’uomo non ha, se non unapiccolissima misura di forza: egli può portareun lieve peso, trascinare un corpo mediocre-mente grave, osospignere una picciola massaad una coìta distanza: tutti questi effetti sonoestremamente limitati, e realmente molto in-feriori ali’ ampiezza de’ suoi bisogni .Mala suadebolezza è quella che dà qui risalto alla suaindustria. L’intenzione della Sapienza Divinache l’ha creato sì picciolo e sì debole, era pa-tentemente di renderlo industrioso ed attivo.Vedendo egli la sua indigenza, si volge pertutti i versi: chiama in suo ajuto forza contraforza; urto contro resistenza , velocità con-tro gravezza, e questa contro quella.
Con l’ajuto della meccanica, questo piccio-Essere, alto da cinque in sei piedi, e provedulto di due braccia, compie oramai tanto lavo-ro , quanto un gigante, cui vorremo idearci,che mille ne avesse. I grandi oggetti, onde la
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