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dicare con tutte le mie forze la scienza divina cui metutto consecrai, dalle sacrileghe calunnie della tracotanza.Piè a colpa mi si ascriva se io imprendo a difender, lamedicina appo tali che l’amano, e singolarmente proteg-gonla. Il dolor mio e di tutti quelli che punti sono dallatroppo insolente jattanza de’detrattori, vuol essere ver-sato nel vostro seno, e trovare alleviamento nella vostragiustizia. Per altra parte, scorgendo voi quali e quantisieno i vantaggi che l’arte nostra apporta a’governi, con-tinuerete, come faceste finora, a favorire i nostri studii, equesta ornatissima Gioventù che arruolasi sotto le ban-diere d’Ippocrate; e noi ai quali è commesso educarla ecoll’ammaestramento e coll’esempio, gli sforzi nostri ac-cresceremo, onde promuovere, per quanto le forze nostreil consentono, l’onore e la felicità di quest’inclito Ateneoe di tutto l’Imperio.
11 filosofo di Ginevra, in quella sua scrittura ad Emilio,pretende che l’uomo e il cittadino sieno esseri tra loroaffatto cozzanti. E questo qual conseguenza derivava daquell’altro suo detto, non esser l’uomo fatto per viverein società, ma per vagolare solitario per le boscaglie. 11che quanto sia assurdo, si può appena immaginare. Pe-rocché l’uomo, fuori della società, non potrebbe metterin opera le facoltà che ricevette dalla Natura ; non prov-vedere a’bisogni suoi; non conseguire quella felicità cuicon tanta ardenza agogna.
Ma acciocché l’uomo goda de’beneficii della società,dee assoggettarsi a certi carichi. I beneficii son mutui;mutui dunque esser pur debbono i pesi. Sebbene, seesattamente parliamo, peso non è quanto facciamo, on-de ne risulti quel bene di cui noi medesimi saremo par-tecipi, e senza di cui niun bene aver possiamo. Perocché,avendo Natura creato l’uomo per la società, con tal mi-