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sofi. Nè pretendo clie un accademico sia da tanto da com-prendere l’immensità dello scibile; cliè (presto non èpunto conciliabile coll’umana natura. Furono già riputatisommi e delti divini coloro i quali arrivarono a vedere iprecipui tratti ed il vincolo di tutte le discipline. Talifurono un Dante in Italia ed un Verulamio in Inghilterra.Ma io credo che un accademico debba sapere compita-mente una scienza, od un ramo dell’amena letteratura,ed intanto essere sufficientemente colto nelle altre. Cima-bue e Giotto furono amendue sommi nella pittura; nètuttavia sarebbero stati a parer mio degni del nome diaccademici, perocché erano sommi nel disegno, ma nonsi sa che fossero colti. ÀI contrario Michel Angelo Bona-rotti, oltre ad essere scultore ed architetto, era poeta ederudito; dunque era degno di essere salutato accademico.
Due parli sono specialmente necessarie ad un acca-demico, la filosofia e l’erudizione. Qui per filosofia nonintendo mica la cognizione delle cose naturali, ma bensìquella scienza che versa sul giudicare direttamente. Noiabbiamo già dalla natura un’attitudine a farci un criterio.Ma quest’attitudine mediante un esercizio metodico piglianotevole accrescimento. Ci vuol dunque e natura ed arte.L’una senza l’altra non basta. Coloro i quali sortironodalla natura un certo grado di criterio, se anneghittisca-no, perdono non poco della loro abilità. Quegli altri poiche non ebbero T attitudine a penetrare addentro nellecose hanno bello studiare, non saranno mai che medio-cri. Ma intanto egli è certo che una mezzana abilità na-turale può colla industria mirabilmente aumentarsi. Unode’mezzzi di perfezionare l’abilità naturale a ragionaresi è l’erudizione. Se facciamo un minuto esame di quelloche imparammo per propria esperienza e di ciò che im-parammo da altri, troveremo che la prima parte è me-