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pericolosa delle passioni, die è l’invidia. Se mal veggonel proposto caso, il mio pensiero potrà applicarsi ad al-tri esempli.
Che la stabilità delle Accademie dipenda dalla perfettaconsensione de’cuori, ne abbiamo una prova irrepugna-bile nella Scuola di Pitagora. In verità non era quellaun’Accademia. Ma per quanto spetta al presente argomentose ne può stabilire la medesima regola. L’Omoceo dovettedisciorsi, vivendo pure Pitagora. Ma come i Pitagoricifacevano un’anima sola, non si separarono che di corpo;tutti seguirono sempre le stesse massime, anzi le trasfu-sero in altri successivamente; altaiche non cessola Scuoladi Pitagora, neppur per la morte di tutti coloro i qualiaveano udito le lezioni di lui.
Dunque il pur ripeterò, gli accademici debbono con-siderarsi come tante parti d’un tutto e sempre guardarea questo tutto. Non si chiamano forse membri? Non eleg-gono forse un Capo? Ebbene facciano in atto ciò che fan-no sentire colle parole; ne risulterà maggiore la gloriadel tutto e di ciascuna parte.
Le Accademie hanno una stretta relazione colla proprianazione. Quando le loro lucubrazioni si ristringessero al-l’aula dell’Accademia, nè si cercasse di promuovere ilben pubblico, sarebbe una mera brigata solazzevole dinovellatori. Ora dirò che la detta relazione si ha con treclassi; che sono i dotti, i candidati e gl’indotti. Per can-didati intendo que’giovani che hanno ingegno, il colti-vano e potranno un giorno essere membri dell’Accade-mia. Incominciando dai dotti, le Accademie debbono con-sultare le loro scritture, esaminarle con diligenza e farsenno delle verità clic vi ritrovano. Non debbono credersioracoli della verità ad esclusione di altri; non debbononeppure essere schiavi d’un nome, comunque grande. Gli