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mai sovr'alcuno oggetto vivente; una terra morta, e, per'cosi dire, scoriata dai venti, la quale altro non presenta cheossami, selci sparse qua e là, massi eretti, pendenti o ro-vesciati ; un deserto da tutte parti aperto e interminato,dove il viaggiatore non ha mai respirato sotto l’ombra, dovealcun oggetto non l’accompagna, nessuno gli rammenta lanatura viva: completa solitudine, mille volte più spaven-tevole di quella delle foreste; poiché gli alberi sono ancoradegli esseri per l’uomo, il quale si vede derelitto e ignudod'ogni soccorso, e perduto in questi luoghi vuoti e senzaconfine. Egli contempla dappertutto lo spazio come suatomba; la luce del giorno più trista dell’ombra della notte,non nasce se non per rischiarare la sua nudità, la sua im-potenza, e per presentargli tutto l’orrore della sua condi-zione, indietreggiando a’ suoi occhi i confini del vuoto, edistendendo intorno a lui l’abisso dell’immensità, che losepara dalla terra abitata: immensità ch’egli tenterebbe in-vano di percorrere, poiché la fame, la sete e la vampa delcaldo lo incalzano insieme in tutti gl’istanti che fra la di-sperazione e la morte gli rimangono.
Buffon.
Le Gìiiacciaje.
Salvete, o vertici risplendenti! o campi di neve e dighiaccio, che non avete serbate Torme di alcun mortale,che atterrile persin lo sguardo di chi vi contempla, e nonavete sostenute che T aquile e me! . . . Invano i nugolimugghianti scorrono le vostre vette, invano la fiumana in-grossata solca i vostri abissi, invano il fulmine percuote lavostra fronte solenne, che per un istante s’oscura e dif-fonde d’intorno un’ombra nera come la notte; e lasciandopendere da lontano la bruna criniera,,par che, sempre vit-toriosa dall’urto onde fu scossa, dica ancora a Dio che laeresse: Eccomi qui immobile. — Ed io eccomi qui su que-