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Lasciar nelle sale del telto natio,
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò ;Han carca la fronte dei pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Yolaron sul ponte che cupo sonò.
A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor :
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliarono nell’arme le gelide notti,Membrando i fidali colloqui d’amor.
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durar:
Si vider le lance calate sui petti,
Accanto agli scudi, rasente gli elmetti,l'diron le frecce fischiando volar.
V
E il premio sperato, promesso a quei forti.Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor ?Tornate alle vostre superbe rovine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce, col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruentiD' un volgo disperso che nome non ha.
A. J/ausotit,
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