= 169 =
l’er entro al polverio spessi baleniDi brocchier, ili corazze e di barbuteDardeggiano negli occhi ai Saraceni,
Che, l’aria empiendo d’alte strido acute,Yoltan le spalle in furia ai terrapieni,
E, disperala la coni un salute,
Irti i capegli, pallida la faccia,
Ognun sé stesso di salvar procaccia.
Nella città Goffredo dalla vetta
Della sua torre allor ratto si scaglia;
Una gran trave a)Iri dal ponte gettaPer trapassar da quello alla muraglia;L’un l’altro sospingendo con gran fretta 1Di tragittar fra i primi si travaglia : ■Sgombra così la mole, in poco d’oraL’incendio la ravvolve e la divora.
Già della croce sventola il vessilloSull’alto delle mura inalberato,
E delle franche trombe il lieto squillaAnnunzia la vittoria in ogni lato,àia ai baluardi, onde il lerror parlillo,
Era frattanto l’Infoile! tornalolìespintovi dai capi e a gran furorePiombava sul drappello assalitore.
Se non che sempre si rinforza e cresceLa schiera prima all'impeto ineguale,
Gilè nova e nova gente vi si mescePer le Inni salila e per le scale,
Mentre dall’ampie brecce altri riesceDe’nemici alle "e, e gli urta e assale,Sicché fuggenti disperatamenteErnpion le vie della città dolente.
Da borea intanto ancor salda ostinalaL’una e l’altr’oste si travaglia e dura:Tornante sempre, sempre repulsalaE la latina gente dalle mura;
Ouand’eeco, e non sa come, scompigliataVede urlarsi, e da sùbita pauraDe’circoncisi, la caterva cóltaIn un momento rompersi.» e dar volta.