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Tomo I.
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lipini, per darne i grani ai buoi, dopo d’ averli fatti ma-cerare nell’acqua per varj giorni, perché 1’acqua ne tolga1’ amaro. Lo vediamo anche seminare ciò, che da esso chia-mato era favago , e dai liammenghi detto viene attual-mente draghe, al qual uso servivano le mondiglie dell’or-zo e del farro, mescolate con i piselli, le fave e le len-ti, ec., e passato appena questo miscuglio di fiore in frutto,il falcetto tagliavane il foraggio e l’aratro ne apriva deinuovi solchi. Base dei loro prati artifiziali era la luzerna;mi non si sa, s’ essi conoscessero la lupinella, si sa però,die il fienogreco, inferiore alle due piante sovr’ indicate,era dai Romani coltivato con molta cura.

» Delle viti. La vite era una delle più feconde risorsedella ricchezza romana. Se dalla celebrità dei loro viniformare si vuole un giudizio sulla loro arte di fabbricarli,crederla indubitatamente bisogna raffinatissima; sembra non-dimeno, che la quantità più loro premesse della qualità,poiché Varrone e Columclla dicono, che un campo di vilialte produceva nelle annate abbondanti fino a quindicirnfore, trenta barili circa cioè della nostra misura; ciòfa vedere essere state tali viti piantate in un terreno trop-po fertile, per cui la qualità del vino si rendeva pocopregevole. Quattro maniere avevano i Romani di colti-vare la vite, lasciandola cioè pendente, o legandola ai pa-li, o disponendola in pergole, o maritandola agli olmi, aipioppi, ai frassini, ec., e quest’ultima maniera era la piò.stimata. Da ciò si può anche giudicare della loro quali-tà; motivo per cui Cinea, ambasciatore di Pirro , beffeg-gia i Romani sull’ asprezza dei loro vini : Lusisse in au-steriorum gustimi vini, merito matrem ejus pendere, in tamalta cruce. ( Plinio. ) Moltissime erano le specie delle uveda essi coltivate, delle quali pochissime conosciute sonoai giorni nostri.

» Degli ulivi. Columclla ne annovera dieci specie, e Pli-nio racconta, che al tempo di Tarquinio Prisco l’ulivonon era conosciuto in Italia . I Romani trasportavano l’o-lio delle loro ulive in tutte le provincie dell’ impero, ela sua qualità lo faceva pregiare come 1’ olio più deli-zioso, laddove ai giorni nostri quasi tutto l’olio d’ Italia ha un gusto aspro, putente e detestabile. »

Tale si era lo stalo dell’ agricoltura romana nel tempodella sua massima prosperità, nei più bei giorni cioè dellarepubblica. I suoi progressi erano stati protetti da tuli»;