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molto stimato sopra lutti gli altri, e preferito veniva aquello, che noi nominiamo fermento. Plinio racconta cheH farro resisteva al rigore dell’ inverno e che prosperavanei terreni cretosi ed umidi del pari che nei secchi e cal-di, per cui egli lo caratterizza coll’ epiteto di durissimo.Non si conosce più questa pianta graminacea, se non perla lontana sua analogia con l’orzo marzaiuolo. I Romani,secondo Columella, coltivavano tre specie di cereali, pro-priamente delti: il nostro fermento ordinario, chiamatorobus, o grano rosso, o grano pesante ; la seconda specieera il sìligo, o grano bianco ; ia terza il iremas, o triti-curri trimestre, che noi chiamiamo grano trimestrale. Lacoltivazione della spelta, o zea era considerabilissima neicontorni di Verona, di Pisa e nella Campania , come an-che quella del miglio e del panico ; ma il miglio ed ilpanico noti erano soltanto al tempo di Giulio Cesare. Lasegala era poco stimata; si mescolava la sua farina conquella del farro, e 1 ’ esempio dato dagli abitanti al piededell’Alpi di formare da questo miscuglio del pane, nonprodusse verini effetto sullo spirito dei Romani.
» Dei legumi. Sotto la denominazione di legumi i Ro-mani conobbero la fava, i fagioli, le lenti, tutte le speciedi piselli da noi coltivati, la cicerchia, la vescia, la rubi-glia, i lupini, ec., e la coltivazione anzi di questi ultimiera molto usata, perchè serviva al nutrimento degli uo-mini egualmente che degli animali.
» Degli erbaggj . Le rape, il navone, il ramolaccio sti-mati erano nell’ impero, e Columella, parlando dei cavoli,dice, eh’ essi erano grati ai re ed ai popoli. Siccome que-sta nazione si nutriva quasi intieramente di vegetabili, èfacile l’immaginarsi a qual punto di perfezione portatafosse la coltivazione degli erbaggj d’ogni specie, giacchenegli ultimi tempi della repubblica una gran parte deicampi trasformata venne in orli e verzieri.
» Delle praterie. I Romani educavano molti bestiami, eper l’aratro specialmente adoperati erano i soli buoi; ne-cessari erano quindi dei prati immensi, c questi divennerouno degli oggetti principali delle attentissime loro cure.Mal grado la loro estensione essi non erano però bastanti,e ricorrere quindi convenne ai prati arlifìziali e ad ognialtro genere di coltivazione, capace di dare alimento aibestiami. Si osserva questo popolo attivo a seminare dellasegala espressamente per mieterla in erba ed anche dei