core il sermone , non per avere studiato lecarte de’maestri, ma per avere poppalo al pettodelle nudrici del Casentino ; il procacciare insomma che ninno degl’italiani creda il parlargentile venuto da poche parti d’una sola pro-vincia, ma che tutti sappiano la nostra linguadiscesa dal Romano , vissuta agreste per cin-que secoli, fatta cortigiana nelle Sicilie , illu-stre in Bologna, comune in Firenze, in Siena ,in Roma , ne’Lombardi regni, ne’Veneti , intutte la città apparsa , e non posala iu alcunaper que’due secoli, in cui senza grammatiche,senza vocabolari, senza accademie fu scritta aPalermo come a Bologna , e a Bologna come aFirenze , fattasi patrimonio indiviso di quantialbergano tra l'Alpe e’1 mare.
Questo è il fine de’nostri ragionamenti. Chese non siamo stati bene intesi la prima volta,non grideremo la seconda, acciocché non mo-striamo d’imbizzarrire per troppo amore di noimedesimi, li se alcuni ce no daranno l’ingiu-sto premio di torte e dispettose parole, ellenon ci moveranno mai l’animo. Perciocché allegravi opposizioni sempre largamente e leal-mente risponderemo; e a vana loquacità , e ariprensioni villane risponderemo nulla. Nè perquesto si chiederà da noi la corona del lauro.Ma crederemo di avere adempiuto l'officio chesi conviene a uomini d’ animo riposato e dicuore non vile. Perchè non seguiremo giam-mai quelle usanze a noi pervenute dagli sco-lastici, onde fu estinta ogui lode di retto di-sputare , quando dalla verità e dalla cortesiadi quelle quistioni Socratiche, colle quali Ci-cerone ragionava nel Tusculauo, e Platone