XIII
bruciandone le zolle, facendo così che il terreno servisse adun tempo di suolo e d’ingrasso. Fu qui, e principalmente nelVeneto , che s’impiegò anche il gesso a governare con fruttole praterie, massime di trifoglio, intanto che i giornali fran-cesi, dimentichi dei nomi del trivigiano Giacomello, e dell’u-dinese Zanon, pubblicavano come proprio tale ritrovamento.
In Italia , ed anzi nel seno dell’Accademia dei Georgofilidi Firenze nacque la prima idea di stabilire esperienze sin-tetiche sulla natura dei terreni ; e fu pur quivi che la scienzadi questi, mercè Carradori, prese un posto distintissimo. Lecolmate sono pure antichissime tra noi, e fra noi il marcheseRidolfì seppe recentemente ridurle ad arte esattissima.
La irrigazione dei terreni era molto conosciuta al tempodi Cesare, e a Sulmona difendevano con essa nel verno glialberi dal gelo : i mezzi di poi praticati nella Lombardia ser-vono ora a modello a tutte le altre nazioni, come non pos-sono a meno di non conoscerlo e gli autori del Dizionariodi Agricoltura sovraccitato, e mille altri, fra’ quali appuntoBonnefond e Symonds.
Tarello da Lonato ideò il primo doversi moltiplicare lepraterie a sacrifizio dei campi arativi, il quale trovato parvepoi surto in Francia e in Inghilterra, con tanta profusionedi lo’de, come a cosa nuova. Così le rotazioni agrarie, ossiaquel sistema che impara a far succedere una all’ altra colti-vazione, o alternare i prodotti dividendo i poderi in molteparti, non fu forse, per tacer di Virgilio e di Columella , benisviluppato dal Tarello medesimo, onore della terra Brescia-na ? Gl’ insegnamenti di codesto scrittore volarono rapidissi-mi dall’alpe al mare, e vennero accolti da tutta Italia .