QUINTO. 353
fatta, ricorda prima il gran numero che ellaha di valorosissimi gentiluomini, i quali solirischiarar possono Italia tutta ; poi vien di-cendo che uno n’ è morto ; il che dee dispia-cer meno a quella città, avendone essa cosìgran copia. A me pare che ad accrescere ildolore metteva anzi bene ( se la verità com-portato lo avesse ) il dire che uno solo eratra que’ signori il qual fosse di senno e divalore, e quello esser morto. E poiché nonpoteva ciò dirsi con verità, meglio era ta-cere quella circostanza, nè far menzione dique 5 tanti gentiluomini che , oltre il Bembo,fiorivano in Venezia e risplendevano. E pareche egli stesso il Casa se ne accorgesse su ’lfinir del sonetto, ove, perduto il Bembo,dice, Venezia esser jrimasa sola e tenebrosa.Io non danno il Casa; che troppo sarei pre-sontuoso. Porterò qui tutto il sonetto, e ri-metterommi, signora Marchesa gentilissima,nel giudieio vostro.
Or piangi in negra vesta, orba e dolente,Venezia , poiché tolto ha Morte avaraDel bel tesoro, onde ricca eri e chiara,f Sì preziosa gemma e sì lucente.
Nella tua magna illustre inclita gente,
Che sola Italia tutta orna e rischiara,Era alma a Dio diletta, a Febo cara,D’onore amica, e hi ben oprare ardente.Questa, angel novo fatta, al ciel sen vola,Suo proprio albergo, e impoverita e scemaDel suo pregio sovran la terra lassa.Ben ha, Quirino, ond’ella plori e gemaLa Patria vostra, or tenebrosa e sola,E del nobil suo Bembo ignuda e cassa ,