QUINTO. 3O9
Must, soverchio ardito
Son io, se d'almi ei'oi senza voi parlo.Muse, chi l'onda sostener di CarloPoteva, e 'l fier ruggito,
Quando ei l'Italia corseDi se mede sma in forse?
Quel dire: mettere in fuga che è nella primastanza ; e quel dire : mover cantra, e quel salvose che sono nella seconda; e quel soverchioeh’ è nella terza , per significare soverchiamen-te ; e quell’ in forse di se medesima, sonomaniere , come ognun vede , propriissime dellalingua e sceltissime. Io vorrei dunque che ilirici studiassero diligentemente le grazie dellalingua, e se ne valessero ; nè solamente quelliche, a imitazion del Petrarca , compongonole lor canzoni d’uno stile più riposato, maquelli eziandio che le compongono con mag-giore impeto, et ode più volentieri le chia-mano.
E qui parrebbemi, gentilissima signora Mar-chesa , a aver soddisfatto all’ obbligo mio,dicendovi intorno alla poesia lirica quel pocoche io ne so, se non fosse che io mi ricordod’avervi poco davanti promesso in questoistesso ragionamento di parlarvi di certi so-netti che ro chiamai, forse con nome nuovo,epistolari. Per adempir dunque, quanto è inme, tutto il mio obbligo, vi dirò anche diquesti sonetti brevemente. E per cominciaredalla diffinizione, dico che essi sono sonettii quali si scrivono a guisa di lettere, e sonlettere in versi; de’quali abbiamo moltissimi