quinto. 3g3
Tienti ella per costume in doglia e piantoMai sempre, onde ti sia la vita a sdegno?O pur talor ti mostra un picciol segnoChe le moresca del tuo languir cotanto?
Che delta il mio Collega, il qual n ha mostroCol suo dir grave e pien d’antica usanza,Sì come a quel d’Jrpin sipuote ir presso?
Che scrivi tu, del cui purgato inchiostroGià Cimo e l’altro stil mollo s’avanza?Star neghittoso a te non è concesso.
Vedete il primo verso come è semplice,come le parole vi sono disposte naturalmente.Vedete nel secondo quell’ altra misura, e quelfu ben degno, che sono forme proprie dellalingua, ma alquanto scelte. Chi potrebbe sof-frire quel verso, se dicesse :
Ti piacque grandemente, e con ragione?
E pure verrebbe a dire lo stesso..*! due versiche seguono, si adornano d’una frase fattadal poeta, non però troppo ricercata, es-sendo oramai comune a nostri poeti, siccomegià fu ad alcuni filosofi, il considerare il corpocome una vesta dell’ animo. Tenere in doglia,per costume mai sempre, che leggonsi nelsecondo quadernario, hanno un grato odoredi urbanità. Quel passar poi d’improvviso adomandar del Collega , come si fa nel primoterzetto, mostra quel pensar franco e speditoche suol lodarsi eziandio nelle lettere fami-gliari, et è proprio di quei che scrivono infretta. E lo stesso vuol dirsi di quell’altradomanda improvvisa coti cui si entra nell’ altro