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Volume I.
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393
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quinto. 3g3

Tienti ella per costume in doglia e piantoMai sempre, onde ti sia la vita a sdegno?O pur talor ti mostra un picciol segnoChe le moresca del tuo languir cotanto?

Che delta il mio Collega, il qual n ha mostroCol suo dir grave e pien dantica usanza, come a quel dJrpin sipuote ir presso?

Che scrivi tu, del cui purgato inchiostroGià Cimo e laltro stil mollo savanza?Star neghittoso a te non è concesso.

Vedete il primo verso come è semplice,come le parole vi sono disposte naturalmente.Vedete nel secondo quell altra misura, e quelfu ben degno, che sono forme proprie dellalingua, ma alquanto scelte. Chi potrebbe sof-frire quel verso, se dicesse :

Ti piacque grandemente, e con ragione?

E pure verrebbe a dire lo stesso..*! due versiche seguono, si adornano duna frase fattadal poeta, non però troppo ricercata, es-sendo oramai comune a nostri poeti, siccomegià fu ad alcuni filosofi, il considerare il corpocome una vesta dell animo. Tenere in doglia,per costume mai sempre, che leggonsi nelsecondo quadernario, hanno un grato odoredi urbanità. Quel passar poi dimprovviso adomandar del Collega , come si fa nel primoterzetto, mostra quel pensar franco e speditoche suol lodarsi eziandio nelle lettere fami-gliari, et è proprio di quei che scrivono infretta. E lo stesso vuol dirsi di quellaltradomanda improvvisa coti cui si entra nell altro