( VI)
Tuffare. Ma la conjugazion di questo verbo e tutte le vo-ci provvenulene sono un nostro lavoro.
L’ arbor de’ Latini diè arbuscula che n’ è un dimi-nutivo. Ma quando i nostri Italiani ebber trasformata ar-bor in albero ; ne dedussero alberelto , alberello a cui lalingua madre non à suoni corrispondenti.
Certamente da domina che aveva appo i Latini la si-gnificazion di signora , è provvenuto il nostro donna. Madonnetta , donnone , donnaccia , donnajuolo cd altre vocidi tal novero furono ignote a quel popolo.
Avemmo pure da lui 1’ aggettivo rotundus , e ne for-mammo rotondo e poscia anche tondo. Ma di codestonostro tondo abbiamo quindi fatta la denominazione sostan-tiva di ogni cosa circolare ed in ispecialtà di un istru-mento piano e rotondo, su cui tengonsi i bicchieri. Anzitondo vien detto in più contrade d’ Italia ciò che in altresi contrassegna con la voce piatto o tondino. Anche ildiitrnus de’Latini fè nascer fra gl’italiani la parola diur-no : e questo poscia investendosi della forma sostantiva ,dette origine a giorno. Nè la trasformazione del d in g deerecare sorpresa ; poiché ne avviene una simile , quandomeridies da meriggio, quando hodie da oggi, quando se-des da seggio , e quando radius dà raggio.
Molte volte la parola già formata in una lingua vasottoposta ad una forte degenerazione di suono, senza chemuti il suo senso. Cosà 1’ horologion de’ Greci forni a’ La-tini horologium- Noi ne facemmo orologio , e poscia oro-logiuolo che n’ è un diminutivo, e finalmente orinolo.Parimenti il bahrag degli Arabi dovè somministrare ba-raggia , onde il diminutivo bamggiuolo: ed è sommamen-te probabile che quindi nacque paruolo , come i Modene-si pronunziano , e poscia il toscano pajuolo. Poiché sarànotato in appresso che la mutazion del b in p è dellepiù ovvie e frequenti : e si sa che il far de’ Latini à par-torito il nostro fujo , e che in vece di assembrare gl’ita-liani àn detto assembiare. Senza dubbio vieu da’ Sassoniil nome proprio Ludwig. Noi ne traemmo su le primeLuigi e Luigia : sorscr quindi Gige e Gigi a che già ap-pena ci rimembrano la parola radicale: nè dimostrai} diavere la più lontana parentela co’l latino Ludovicus, co’lquale non pertanto ari comune l’origine. Chi crederebbeche il 'Lolla de’ nostri Abruzzesi è un derivato di Vitto-ria , e Ciccio di Francesco , e Mimi e Beco di Domeni-co , e Baccio di Bartolomeo e di Giacomo, e Bisto di A-gapilo , e Bobi di Zenobio ? E pur nulla è più vero.
Ma un de’mezzi più ovvii , per cui le parole di unidioma vengnn tosto feconde, e la riunione di esse in pa-role composte. La lingua persiana e la greca , e fra leviventi europee la tedesca e l’illirica posson fornirne a do-vizia e d’ogni guisa gli esempii- Si scorge in esse di qualmodo poche voci radicali abbian prodotta una moltitudi-ne di voci derivate , di cui formai) gli elementi , e nellequali si lasciano senza stento riconoscere. Anche noi Ita-liani possiam recare un gran numero di simili voci, comearchitrave , arcobaleno , armacollo , cannamele , capri-corno , caprifoglio , domineddio , finimondo, ragnolocusta ,rupi capra eie.
Ben sovvente però avviene che le alterazioni sovrag-g unte alle voci composte ne rendano la risoluzione più omeno difficile. Cosi quando ascoltiamo la parola méconi-pte , di cui valgonsi i Francesi per indicar 1’ errore di unconto; non ci vien tosto al pensiero eh’essa è nata dasincope di mauvais compte. Ma ricordiamo indi a poco ,aver essi trasformato mauvaise connaissance in méconnais-snnee , e mauvais contentement in méconte niente nt ed al-tre cose s'i fatte : nè allora abbiamo più dubbio che nellasillaba mé debba trovarsi nascosto il . vocabolo mauvais ,nini od altro simile. Cosà il nostro accapricciare è mani-festamente composto dalla particella superflua A , da’ ca-pelli e da arricciare. Poiché risponde esattamente all’Àor-rere de’Latini : ed horrere essi dicono , citm pili , setae-ve in animante errguntur ( 1 ). Nè la parola arricciare pre-fi) Bicl.cn. Cctolinguè.
senta alcuna stranezza. Poiché provviene chiaramente dallatino arrigere dirizzare': ed in questo senso troviamo a-ver detto il Boccaccio : quasi tutti i capelli addosso misento arricciare. Parimente la voce aguale che sta perora, testé, adesso , par che abbia in sè contratta la espres-sione non à guari. Chi dubita che quest’ ultima abbia po-tuto solfrire un mutamento sà fatto , è pregato di sovve-nirsi che il latino Inleramna à data origine a Teramo ; eche noi medesimi cangiammo arido in alido , scirocco inscìlocco ed arbitrio in albitrio.
Queste poche osservazioni cui potremmo agevolrnen-te aggregarne delle simili , e che potremmo avvalorare condegli esempii desunti da tutti gl’idiomi a noi cogniti, sonsufficienti a mostrare che ogni lingua derivata debb’ esserdivisa in due parti ; l’una di parole generanti , 1’altra iliparole generale. In altri termini , essa medesima dee ve-nire riguardala , come una delle sorgenti , alle quali debrbono attignersi le sue etimologie : e dovrà notarsi in ap-presso che nelle indagini di questa fatta debb’ esser an-che la prima a venire esplorata.
capitolo 11 .
Quali sieno i metodi di trovar le lingue radicali straniere.
Ove un dato vocabolo appartenente ad una lingua nonabbia io essa 1’ origine ; spinge il filologo a cercarla ne-gl’idiomi stranieri. E uopo allora conoscere in una ma-niera precisa , a quali fra essi e’ convenga rivolgersi : e misembra che si possa riuscirvi in due modi. Io chiamo ilprimo diretto , ed inverso il secondo. Consiste il primo incercare co ’l ministero della istoria , quali sieno i popoliche abbiau comunicalo con quello, per la cui lingua s’isti-tuiscono le investigazioni etimologiche. Consiste il secondoin attignere dalla stessa lingua derivata la notizia di quel-le che abbiano influito a formarla. Egli è facile vedereche la riuniou de’due metodi dee portare la soluzione delproblema proposto al maggior grado di evidenza.
CAPITOLO MI.
Esposi zion del metodo diretto.
Quattro sono le cagioni, onde avviene che un popo-lo mutui da un altro le voci. I. L’ imitazione involonta-ria. IL II bisogno. HI. Il comodo. IV. L’arbitrio.
Mi sembrerebbe molto ozioso 1’ intrattenermi su la pri-ma ; poiché il Lallebasque ce à formata una dimostra-zione compiuta nella genealogìa del pensiero ( 2 ). Egli àrenduto evidente , esser tale la forza di codesta imitazioneche può imbastardire il linguaggio di quegli uomini stessiche ne anno in pregio la puri.à, e che si sforzan di serbarla.
Pochi cenni ancor bastano su la seconda cagione , osia su ’l bisogno. Poiché dovunque si offra la necessità dirivelare le proprie nozioni a genti straniere , è pur forzal’apparare la loro favella. Nè v’à diligenza che basti amantenerla sà isolata , che non s’ innesti alla propria. Al-cuna volta ancora ci accade di non aver nel proprio idio-ma un’ espression conveniente ad un certo concetto. E seallora la ritroviamo in un idioma straniero ; non ci appon-ghiamo a delitto il prenderla in prestito. Sarà forse que-sto idioma ben disposto a ricevere quelle composizioni divoci che non ben si adattano al nostro : e le porremo al-lora a profitto per appalesar delle idee die i nostri padrinon ebbero occasione o voglia di esprimere. Cosà un nu-mero infinito di voci tecniche o scientifiche sono a noipassate dà’ Greci, e molte ancora dagli Arabi ; ed annoimpinguato oltre modo il nostro idioma natio.
Cosà pure molti nomi pertinenti a delle arti sono a noivenuti dagli Ebrei, da’Catalani e da’Francesi che o f’uronprimi a professarle nella nostra penisola , od almeno le in-nalzarono ad una grande eccellenza. Nè altrimenti le na-tali) Uh. 1. sei. ri. cap. ir.