( Vili )
numerose. Poiché i prigioni addetti a’ servigli di padronistranieri o costretti almeno a soggiornare nelle loro con-trade , 'anno occasioni frequentissime di ascoltare e ritene-re ora una parte ed ora un’ altra della loro favella. Quin-di in Babilonia ed in Egitto gli Ebrei cangiarmi faccia alloro primo linguaggio : nè potettero ridurlo alla sua pri-stina forma , allorché ebber la ventura di riveder la ter-ra nativa.
V. Il commercio mutuo fra popoli non potrebbe averluogo , ove pur non imparassero a mutuamente compren-dersi: e tanto più agevolmente debbon essi riuscirvi, quan-to maggiore e più pronta è l’utilità che ne traggono. Quin-di veggiamo assai spesso i nostri compatrioti che lunga-mente trafficarono presso altre nazioni , riportarne foggedi veslimenta ed usi e paiole che dianzi non aveano. Nèstrana cosa è che ne’ luoghi, in cui fecer dimora , abbianlasciata pur essi alcuna picciola parte del loro proprio lin-guaggio. Poiché dovettero inserirla nell’idioma di coloro ,da’ quali furon serviti , e di altri con cui ebbero relazio-ni abituali. Di più gli oggetti di commercio passari d’ or-dinario co’ nomi delle regioni , in cui nacquero : e questinomi si divulgano con celerità meravigliosa fra coloro chefanno di quegli oggetti l’acquisto. Cosi probabilmente co’cavalli che i Tedeschi dicon ross , venne in Italia il no-me rozza ed il suo diminutivo ronzino. Le cavalle com-perale in Ispagna , ove diconsi alfane, an lasciato da grantempo questo nome fra noi. Non evvi forse un sol anno,in cui un drappo, una moda, una foggia straniera non ciapporti un nuovo nome : e se molle volte questo cade nel-la tomba dell’ obblio , talvolta vive lungamente, ed entrain fine a far parte della lingua nazionale. Frequentemen-te la merce non porta seco la voce , con cui viene indi-cata da’ suoi , ma quella della patria. Quindi chiamiamoluvié , sigovia ed arazzi i panni lavorati in Louviers , inSegovia ed in Arras . Nè la pelle di armellino è cosi det-ta per altro, che per essere stata diffusa degli Armeni inEuropa .
VI. L’azion de’viaggi di gusto su lo stalo delle lin-gue è assai meno efficace che quella del commercio : poi-ché oltre al non essere egualmente continua , non è este-sa del pari. Ma se i viaggiatori sou filosofi, eruditi, ora-tori ; se anno agio di spandere nella loro nazione le pro-prie scritture ; e se in una parola anno mezzi di far cir-colare fra essa le loro maniere di dire 5 non debbe aversialcun dubbio , che le insegneranno alla pur fine delle pa-role e delle frasi che abbian recate d’ altronde. Quindi ènaturale che i Greci i quali visitaron 1 ’ Egitto e qualchevolta la Persia per conversare co’ dotti di quelle regioni;abbiano apportato alla lor patria un gran numero di vociegiziane e persiane. Nè avran penato a diffonderle, allor-ché eglino sono stati capi di scuole numerose.
VII. E’uopo in fine riconoscere che indipendentemen-te da’ viaggi , Je arti , le scienze c le lettere son motiviassai pronti di comunicazione reciproca fra le lingue de’po-poli. Desiderosi di conoscere ciò che i valentuomini stra-nieri 'anno insegnato alla lor patria ; facciamo sforzo diapprendere il loro linguaggio. Nè radamente con le ideeche tragghiam da’loro libri, appariamo ancora i voca-boli , con cui le veggiamo appalesate. Di più fra gli uo-mini colti delle diverse nazioni corrispondenze si formano,che aproti nuovi veicoli fra i loro idiomi. La cognizioneprogressiva de’ principii generali , a cui può esser richia-mata la costiluzion delle lingue , fa che si trovi dilet-to e facilità sempre maggiore ad apprenderne molte. Leinstiluzioni grammaticali intanto.si moltiplicano, i vocabolariisi accrescono, e la fusione reciproca delle favelle degli uo-mini sempre più si lascia avvertire. Non poteva certamen-te essere ne estesa, nè rapida allora quando la scritturanon era conosciuta , e si eseguiva con mezzi dispendiosi edifficili. Doveva essere pur anche tarda , quando le navi-gazioni erano ardue, e quando la salvatichezza de’popolipresentava un forte ostacolo al loro contatto. Ma la vir-tù onnipotente della stampa e della bussola à s'i fortementelegati gli abitatori piu distanti di moltissime parti del glo-
bo ; ed altre cagioni più o men forti an di tanto contri-buito ad avvicinarne gl’ interessi ; che le lor menti e le lorlingue posson ornai considerarsi io una comunicazioneperenne.
CAPITOLO IV.
Nozioni istoriche per l ’ applicazion del metodo direttoalla lingua italiana.
Dopo le cose discusse ne’due precedenti capitoli è ne-cessario indagare quali sieno gli stranieri che per attestatodella istoria abbian potuto influire su la lingua d’Italia . Ame sembra che sieno:
I. Anzi tutto i Fenicii. E già divulgato fra 1 dotti cheebber eglino il commercio più attivo ed esteso con le mag-giori città marittime di tutta l’Europa : e che per mezzodell’ Oceano e del Mediterraneo versarono in esse per tut-to le loro merci, i loro usi ed il loro idioma ( 3 ). Ma inveruna parte li versarono più che nel nostro suolo. Tuci-dide in latti ne insegna che i Fenicii abitarono in tuttala Sicilia , avendo occupato i promontorii marittimi eieisolette aggiacenti ( 4 ). Platone giunge a confondere i Fe-nicii con gli Opici , e teme che la Sicilia signoreggiata daloro non obblii la lingua greca. Pausania aggiunge che iFenicii in unione co’Libii occuparon la Sicilia ( 5 ). Verdeancora è la ricordanza di due marmi preziosi rinvenuti inPozzuoli , un de’quali conteneva una supplica de’Tirii sta-zionati in quel luogo alla loro metropoli , ed un altro larisposta eh’ essi ne ricevettero (6). Queste inscrizioni con-temporanee al consolato di Gallo e di Fiacco Corneliano,ed in conseguenza pertinenti al secondo secolo di Cristo ,mostran bene che in quell’ epoca la colonia avea perdutol’antico suo lustro. Ma fanno fede manifesta della gran-dezza ed opulenza che possedè ne’secoli andati. Non evvierudito che ignori, essere stala la nostra Napoli un’ema-nazione splendidissima dell’antica Fenicia : e Je isole pros-sime a questa nostra capitale e l’antica Siri edilicata nel-la spiaggia di Taranto e più altre città marittime dellanostra regione an pure offerte al Vico, al Mazzocchi, alMartorelli , al Vargas , all’ Ignarra ed a più altri de’ no-stri le memorabili reliquie di quella nazion viaggiatrice. (7)
II. Gli Ebrei (8). Prescindendo da coloro i quali usa -roti co’Fenicii , e che potettero far parte delle loro colo-nie ; può facilmente mostrarsi che fino dagli antichi tem-pi i Giudei erano sparsi per li dominii di Roma , anzi inRoma medesima. Sempre più visi affollarono, allora quan-do fu distrutta la loro città santa, ed il decreto della pro-scrizione si aggravò su'loro capi. Ne sono prova le leggiche riguardo ad essi emanarono Giustiniano e Teodosio ,e che ne’ codici di costoro posson tuttavia osservarsi. Perattestato di Sant’Ambrogio erano molti gli Ebrei che ne’suoi tempi viveano in Bologna ed in Milano (9). Nè furonpunto distrutti dalle incursioni de’ barbari. Poiché leggia-mo in Cassiodoro che n’ esisteva gran numero ed in Mila*no stessa ed in Genova ed in varii altri luoghi; e che ilre Teodorico non isdegnò di confermare i loro privilegii(i 0).
Non potrebbe mettersi in dubbio che a’tempi di Gre-gorio VII quantità grande di costoro fosse in Terracina edin Napoli . Bartolomeo da Neocastro ci narra che nel 1282al re Pietro di Aragona, il quale entrava in Messina , usci-rono incontro gli Ebrei co’libri della legge ( 11 ) : e l’ouo-
( 3 ) Vedete nell’ Enciclop. l’art. Hébraique langue, uno de’ più dottic più sensati di quell’ opera.
(4) Lib . VI .
( 5 ) In Eliacis I.
(6) Tesoro delle inscriz. del Giwtero pag. MCF. Al Grvtsrofuron trasmessi que’due marmi dal Pighio che li avea ricevuti dal Cardi-nal Bernardino MalTei.
(7) Vedete il Vico ne’ Principii della scienza nuova c propriam.nelle Degnità CI e CII e nel corollario, il Mazzocchi nelle dissertai.Tirreniche e nc’ commentami alle Tavole Eraclesi , c’l duca VargasMaggi ucci, nell’opera sa le antiche colonie venute in Nap. Voi. I. ec.
(8) Su questo argomento vedete il Muratori nella dissertazione XVI.
(9) Nel libro de erhoriat. viig. e nelfepist. XL a Teodosio Augusto.
(10) E pisi. 37. Lib. V.
(11) Nel capo 53 della sua storia.