( XIII )
ed a’MangreHi. « An^i ( egli continua ) per tutta la Tur-» chia e spezialmente fra’ Giannizzeri questo linguaggio è» in grande uso ; di tal die la stessa Costantinopoli non» più viene chiamata con 1’ antico suo nome , ma con leM parole slave Zarigracl citta del principe. Nè a guari» nella stessa corte del soldano di Egitto i soldati che per» la più parte son Circassi, adoperavan lo slavo (4 1 )- Poi*» che ( osserva 1’ Appendini ) i Circassi generati da’ Sai—» mati e parlanti il loro idioma , occuparon 1’ Egitto . In-)> di i Mammelucchi che padroneggiaron lungo tempo quel-» le regioni , fino a che il loro impero fu sradicato da» Selim imperadore de’Turchi. La qual gente però mista a’» sudditi Turchi oggidì ancora sussiste, ed usa la lingua illiri-» ca ( 42 ) ».
Intanto assai prima che i barbari de 1 climi settentrionalisi precipitasse! - su 1’ Italia , avean lungamente vagato , orfuggitivi, or vincitori, per alcuni de’paesi di cui testé sic discorso. Quando ancor dunque nell’origine non avesse-ro avuto lo slavo per loro idioma; sarebbero stali per piùmodi nella circostanza di apprenderlo e di spargerlo altro-ve. Ma poiché in fine 1’ Illirio è si prossimo all’Italia ; epoiché in ogni tempo a mantenuto con essa un si frequen-te commercio , e’ mi parrebbe assai strano che non fossegiunto a comunicarle ancor con questo mezzo buona copiadi voci. Io credo adunque di scorgere e nell’antichità piùremota c ne’così delti mezzi tempi ed in quelli a noi pros-simi assai ragioni di ammettere , che la lingua slava od il-lirica sia una delle prime chiavi dell’ etimologie italiane :e sono altamente sorpreso che sotto un simile aspetto nonsia stata riguardata nè pur dal Muratori a cui niuno fuinnanzi nella cognizion de’ segreti dell’ archeologia patria.
V. Questo grand’uomo lasciò scritto nella disserta-zione 33 su le antichità italiane. « Mi fo lecito di attri-» buire a tutte quelle nazioni ( cioè agli E ridi , Goti ,» Longobardi , Franchi ec. ) la lingua germanica o tede->» sca, quantunque io sappia che non lieve divario passava» fra le loro lingue, come anche oggidì si osserva fra’po-» poli della superiore ed inferiore Germania , c della Da-ll nimarca, Svezia ed altri popoli settentrionali, onde prin-» cipalmente mossero le trasmigrazioni barbariche. Oltre di» che la lingua Germanica di oggidì è molto differente» da quella de’ secoli antichissimi , o per abbondare ati-» eli’ essa di molti dialetti , uno de’quali prevalse agli al-ti tri, o perchè cos'i abbia portato la natura delle lingue» sempre incostante e soggetta a delle sorde mutazioni. »
Ma per quanto vi sia soggetta, non mai l’è di tanto,che non ritenga una moltitudine di voci antichissime o po-co o nulla alterate: nè da ciò punto disconviene quel pro-fondo erudito. Quindi la lingua naturale agli odierni Ale-manni offrirà tuttora gran parte della lingua parlala da’lo-ro maggiori , ed in conseguenza di quella che fu in usofra’barbari, i quali abitaron le loro terre anzi che deva-stasser 1 ’ Italia . Per questo non saia men vero che altraparte di s'i fatta lingua dovrà cercarsi nell’ illirica. Il dar-le a compagna la tedesca sarebbe dunque necessario al cir-cospetto etimologo che va in traccia delle origini della no-stia favella , quando ancora le ragioni apportale di sopraj^on dimostrasser chiaramente che pur ne’tempi moderni ila e j man ^,® nno avuta comunicazione con noi. Qualche vol-1 6 delle nostre parole si lasciali meglio discernere
sassone antico che nel tedesco odierno. Nè fa uopo a-verne sorpresa. Poiché gli Eruli i Rugii i Turingii checoniando d| Odoacre invaser l’Italia , furon po-P° h dell alta e della bassa Sassonia.
, ■ eruditi osservarono che la presente lingua
tedesca rinchiude in se medesima quantità di voci persiane.
‘usta il parere del Grozio , sembra mollo verisimile chee abbia ricevute dagli Sciti ; e che da loro pur anche iPersiani le. abbian traile per lo mezzo de’Parti, da’qualiiuron dominati per lungo spazio di tempo (43)- Forse per
(/fi) Gemi. Vet. et Nov.
■<4») Nella citata disscrt.
C4a) Nella pvefaz. alle istorie de Goti , Vandali e Longobardi .
la stessa ragione egli à potuto avvenire che i popoli sciticii quali av-dimorato in Italia , le abbiano insegnati vocaboliche avean dilfùiso nella Persia. Ma non ripugna che alcunine abbiano Apparati da questa , e li abbian quindi sparsi enelle proprie colonie e nelle proprie conquiste. Poiché disopra si è detto che in fatto di lingua i vincitori sou maestrie sono alunni de’ vinti. Egli è ancora verisimile che le gentifenicie, le quali furon lungo tempo sotto il dominio della Per-sia , e commerciaron con essa , ne abbian tratti de’vocaboliche poi abbian recati fra noi. Finalmente gli Arabi ciré an si-gnoreggiate le nostre regioni, e che anno ancora somministratoa quella nazione orientale non solo molti vocaboli, ma il pro-prio alfabeto; an potuto similmente diffonderli tra noi. Nè sidee meravigliare che non li abbiati registrati ne’proprii di-zionari!. Perciocché molle parole che gli s scrittori non usa-no , son frequenti nel popolo , e sono insegnate da lui aque’ che lo anno a contatto. Ve ne à pure delle altre cuile nazioni dimenticano , dopo averle trasmesse.
VII. Co’ documenti della istoria si è di sopra mo-strato , quali e quante relazioni i popoli della Spagna , del-1’ Inghilterra e della Francia , abbiano co’ì nostro. E peròuopo osservare che se ci an dati de’ vocaboli ; ne au ri-cevuti a vicenda. Cosi in un libro stampato nel i583, chesi attribuisce ad Enrico Stefano, è chiaramente messo in.veduta che gran parte della lor favella i Francesi an trat-to dalla nostra : ed un autore che scrisse nel i6^3 , nondubita di emettere quest’ardita sentenza; Da che gl' Ita-liani furono accolti in Francia sotto i Re Carlo Vili.Ludovico XII. Francesco 1 . ed Enrico IL cagion furon che-la lingua francese sì mutasse più di un terzo. Sara quin-di ad investigare , ove torni a proposito , con quali nor-me l’etimologo possa riuscire a disceruerc , se una parolasia passala dalla Francia , dalla Spagna o dall’ Inghilter-ra in Italia , o sia avvenuto P opposto.
CAPITOLO Vii
Risposta ad un' obbiezione relativa alla lingua provenzale.
Meraviglierà forse taluno che ragionando delle lingue,le quali ebbero parte nel formar 1’ italiana ; ni un cennoabbia fatto dell’ antica provenzale .
Pur diceva un grand’ uomo , cui l’Italia è debitricedi grandissimi lumi , ed il cui saggio carattere fu mai sem-pre lontano da esagerazioni d’ogni modo: » Troppo facil-w mente si persuasero uomini dotti che quasi tutte le vo-» ci italiane sien derivate dalla lingua latina o greca ; nel11 che li credo io ingannati. Nè migliore strada presero» coloro che dedussero dalla provenzale non poche di esse» voci. Que’ pochi vocaboli che dalla Provenza passarono11 in Italia , furono bensì usali da qualche scrittore , ma» non già adottati dal popolo (44) »•
Altrove rispondendo al marchese Maffei , si esprimein questi termini: » Che noi poscia men di quel eh’ egli11 crede, abbiamo nell’uso della lingua nostra di voci pro-li venzali , l’ò dello di sopra. Veramente i primi a poe-i) tare in lingua italiana , siccome studiosi de’ poeti pro-li venzali , usarono molte voci di quella lingua : ma esse» non furon ricevute in commercio dal popolo : anzi per11 testimonianza del cavalier Salviati , a poco a poco11 vennero bandite ancora da’libri ».
Ben contraria fu la sentenza del Cardinal Bembo. Stu-diossi egli di trarre molte e molte delle nostre voci dallalingua di Provenza , ma nelle giunte alle sue prose ne fuseveramente redarguito da Ludovico Castelvetuo. Se nonche questi preoccupato dall’amore del Lazio , volle cava-re a viva forza e tortamente da esso alcuni nostri parlariche aveano scritta in su ’l fronte un’ origine diversai Cosidisse che il nostro avverbio a randa a randa provvenivada haerendo , mentre rand è antichissima parola tedesca,che vale orlo , estremità, margine , lembo : e tanto è di-re a randa a randa , quanto è dire rasente , cioè su 1’
(Fi) Moratoiu disseti. 33.