Mar» l'A TUFFANE.
3a centimetri (io a 12 pollici), larga 55millimetri (a pollici), e grossa 9 a nmillimetri (4 a 5 linee), che non è dif-ficile a ritrovarsi , scavasi da un capoun foro ben rotondo, del diametro d’unacandela fatta collo stampo da cinque,giacché supporremo che questo utensilesia costruito per le candele da cinqueper libbra, e si ha una simile trafila perciascuna diversa grossezza di candele.Quindi si fanno, lungo la tavoletta, otto adieci fori simili, distanti circa 1 4 milli-metri (io linee) fra loro. Onesti fori va-riano di diametro, in guisa che i! se-condo ha mezzo millimetro più del pri-mo, il terzo mezzo millimetro più delsecondo, e così di seguito fino al decimo,che viene quindi ad avere circa quattromillimetri e mezzo più del primo. Egli èdifficile supporre che un buon lavoratoreabbia posta sì gran differenza nel tuffarele sue candele; se continuasse a lungocon tali differenze, la perdita sarebbe im-mensa.
Fatti così questi fori, si scampananodiligentemente da un lato, e si dà a que-sta scampanatura due millimetri di piùdi diametro che al foro, il quale sull'altrafaccia lasciasi quasi tagliente. Ecco unafiliera finita, e se ne fa una, come dicem-mo, per ogni grossezza di candele. Eccoil modo di operare.
Quando le candele sono ben asciutte,e ad una temperatura molto fredda, for-masi la filiera, per la sua grossezza, fra ledue tavole d’uno strettoio a due viti po-sto in piano su d’una tavola, in guisache i fori siano al di sopra della tavoladello strettoio, e che la parte scampanatarimanga dal lato ove sta F operaio. Pre-sentasi la cima della candela nel foro piùgrande, col lucignolo innanzi verso F o-peraio ; questi la prende con un uncinodi ferro fermato in un manico di legnoe la trae a sé ; la candela deponc sulle
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pareti del foro il sevo delle ineguaglianzeche risultano, e che non hanno potutopassare; poscia [lassasi nel foro seguen-te, e si continua fino a che siasi giunti alpiù piccolo, ove la candela finisce di giu-gnere alla grossezza voluta; essa è per-fettamente cilindrica, e di più bella ap-parenza che avanti questa operazione,che si fa in un momento.
II fabbricatore scrisse qualche tempodopo ringraziando per essergli stato inse-gnato questo metodo. « L’ operaio, dis-» s 1 egli, è pagato con usura del tempo» che v’ impiega, pel sevo che ne ritrae,« e per la fama che ottiene di far belle» candele. Ciò non ne migliora la quali-» là, ma soddisfa all'occhio del compra-li lore. Ho acquistala molla abitudine;» ne passo per la filiera dieci al minuto ;11 e nessuno ricusa di pagarmele 20 cen-11 tesimi di più al chilogrammo ».
Mano di legno, chiama il ceraiuolo unatavola sottile che tiene verso 1’ uno deicapi due fori bislunghi, l'uno vicino al-l'altro, lunghi 1 1 centimetri ( 4 pollici ),e che lasciano fra loro un piano, largo54 millimetri (2 pollici) per servire diimpugnatura. Questa mano serve a ri-voltare la tele e le cere ridotte in nastri,a fine di esporle da ogni lato all' ardoredel sole. Si hanno di tali arnesi di variegrandezze.
Mano. Nell’ arte di fabbricare gli spec-chi, chiamansi moni due utensili di rameo di ferro, che servono a ritenere il vetrofuso, ed impedirgli che sormonti al disopra degli orli per la pressione del ro-tolo che si fa scorrere sulla tavola, su cuisi colan gli specchi.
Mano, chiamasi nelle trafile una tana-glia di ferro, le cui braccia sono curvateal di sotto, e che serve a tirare il filo at-traverso i fori della filiera. In capo allacinghia del banco da tirare vi è attaccatoun forte anello triangolare di ferro, che