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al fianco della loggia, e disarmonico per l’intempestivo abbassarsi della me-desima sopra la minorala corda dell’ultimo arco. Non si apporrebbe però atorto taluno, riputando anteriore allo stampato questo progetto, conciossiachèl’invenzione pubblicata, come frutto di più seria meditazione, sia di un gettopiù immaginoso e legato, raccogliendo sopra il solo piano del ponte le 3 logge,non che 72 botteghe, che in numero di 40 invece sono seminate nelle duepiazze: predileggeva certo l’autore stesso la sua riprova, pubblicando l’una,l’altra celando: delle due non saprei dire la più costosa. Ma io non vorreipoi credere spontanea nel Palladio l’idea di cimentarsi con siffatti progetti,per questo solo che mancano i pubblici documenti della sua chiamata e deisuoi studii : bisognerebbe pensare altrettanto di pressoché tutti gli architettiche Io hanno preceduto fino allo Scamozzi , dei quali, non eccettuato il Sanso-vino, è inutile oggidì cercare altra testimonianza fuori di quelle da me citate.E come si dee pensare che il Palladio non tenesse nascosto ai suoi dì il pro-getto tuttora inedito, così scema gran parte di quel mistero, in cui avvolse ladescrizione dell’altro stampato, che dovea essere ben noto ai contemporaneialmeno in Venezia .
Ma per mettere in maggior chiarezza le ragioni di ambedue i progetti delPalladio, giova condursi colla mente all’epoca del 1588, quando fu deliberatal’esecuzione di quello che sussiste. Dobbiamo oggimai andar lieti che in granparte sia dileguata l’oscurità deplorata anche dal Rondelet circa il nome e idisegni di tanti rari ingegni che si provarono nella difficile impresa. Nei citatiPareri l’ab. Cadorin ci rivelò alcuni architetti, le scritture de’quali si conser-vano nel pubblico archivio di Venezia; oltre Giorgio Spavento , che nel 1 501,1502 ne avrebbe costruito uno di legno, un Guglielmo De Grandi, un Gia-como Guberni figlio di Pietro summentovato, un Simeone Sorella, un Marc’An-tonio Paliari, un Francesco Zamberlan , un Cristoforo Sarte, un Paolo da Pontefratello di quell’Antonio a cui la grande opera veniva affidata. Ma in giunta aquesti, chiamati dalla repubblica dopo l’incendio del 1577 del Palazzo Du-cale , il cav. Lazzari mi fece cortese comunicazione di altri non pochi ; un Gio-vanni Antonio Scarpa, un Antonio Anguillara, un Felice Brunello, un DionigioBoldi, un Ottavio Fabri, un Bonaiuto Lorini, un Loredan e Giuseppe Fontana,un Cesare Tasca, un Tiberio Zorzi, un Marchesin Marchesini, un GuglielmoMarastoni, un Giovanni di Girolamo da Venezia , e perfino un N. U. GiovanniAlvise Boldù. II Temanza producendo nelle vite dello Scamozzi e di Antonio