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divisione fa testimonianza la stampa sopra ricordata di Ottavio Orefici, laquale dimostra in prospettiva la coperta del pulpito partita in sette lacunaridi quindici spazii: ripetute riparazioni del 4648 e 4677 non mutavano fac-cia a questa primitiva distribuzione, che nel 4 734 fu convertita in un tavo-lato dipinto, e compartito in tre grandi spazii: nuovi bisogni del tempo invo-cavano a tutto il soffitto del teatro nuove riparazioni, cui provvedeva l’Acca-demia col seguente partito del 23 aprile 4 755: «che sieno del corpo delconsiglio accademico eletti due soggetti che s’impieghino per vedere di ritro-vare il soldo occorrente, e il modo di rinnovare il soffitto di questo teatro allaDucale sul disegno antico del suo architetto Palladio». La qualità della pro-posta fu il seme di una contesa, in cui si divise l’Accademia, cercandosi qualefosse stato il vero pensiero del Palladio in quella parte eseguita dopo la mortedi lui: parteggiavano i più per la rinnovazione del disegno pubblicato dal-l’Orefici; in cima alla schiera era l’architetto Enea Arnaldi : contendevano glialtri per un soffitto che in apparenza di velario coprisse le gradinate ed ilpulpito; capitanava questi secondi Ottone Calderari . La questione si contennesino al 4 764 nei recinti dell’Accademia , in cui il 22 settembre fu statuito diappellarsi al voto di architetti stranieri in difetto di accordo tra gli accade-mici: il 26 dello stesso mese una scrittura dell’Arnaldi accoglievasi con volifavorevoli 32 c. 20; soggiaceva il Calderari con voli favorevoli 4 6 c. 36;ma la vittoria dell’Arnaldi non era compiuta, perchè non aveva guadagnato idue terzi dello scrutinio richiesti dallo statuto: allora la lotta si fece pubblica:l’Arnaldi stampava l’anno dopo il discorso da se pronunciato all’Accademia ,stampava il suo il Calderari: tale pubblicazione mi dispensa da una dettagliataanalisi: standomi ai punti principali, diceva l’Arnaldi che sebbene la scenadegli antichi si volesse scoperta, tale non costruiva quella dell’Olimpico il Pal-ladio che ai due ordini della scena soprappose un attico su cui ragionevolmentedovea posare un soffitto ducale: a questo stesso ufficio dalla estremità delleversure spingeva a ridosso della gradinata un tratto di muro parallelo allascena, quasi a chiuderne il recinto ed a dividerlo dalla cavea: quindi altracosa dovea parere il cielo aperto sopra di questa, e però il Palladio lo tenevapiù alto della scena e delle logge adornate di statue, coprendo poi il teatrocon una stessa linea di tetto. Confermava il ragionamento dell’ Arnaldi la let-tera dell’Orefici unita alla stampa, nella quale giova rilevare un pregio oggimancante al teatro: « il soffitto compartito di stucchi e di pittura cuopre