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essere stato presso alcuni scrittori di drammatica argomento di disputa l’ef-fetto armonico del teatro olimpico. È un fatto che il suono più sottile rispondeassai agevolmente sulle gradinate vuote di spettatori: è però contrario l’ef-fetto negli affollamenti : del qual discapito nella storia dei teatri pubblicatadai sigg. Landriani e Ferrario in questi ultimi anni si reca la ragione allasproporzionala larghezza della gradinata in paragone della scena, da cui par-tendo l’armonia si divide in un campo d’aria bislungo, più opportuno a dis-perderla, che ad invigorirla: nè a questo danno soccorrono vasi sonori, chenei teatri antichi adoperavano i Romani per la ripercussione dei suoni; in-vece contrastano i due angoli che dietro la gradinata contenendo le due mi-nori scale affaticano nelle pareti la riflessione: di tutti questi ostacoli non ul-tima cagione era certo l’angustia del sito che non consentiva la più oppor-tuna disposizione così delle gradinate, come di tutte le altre parti del teatro:per questo stesso conto alle estremità della gradinata è negata la retta e com-piuta visuale della scena, più assai che non sarebbe in un teatro di forma cir-colare.
Luigi Riccoboni scrittore del passato secolo nella storia del teatro italianoha notato come le prospettive dell’Olimpico male rispondano all’uopo di unarappresentazione, conciossiachè gli attori distribuiti in alcuna di quelle con-trade non possano vedersi scambievolmente, sicché talora vi compiano un dia-logo prima di uscirne in fronte l’uno dell’allro. Ma questo scrittore non poneamente al vero scopo, per cui Io Scamozzi aggiunse quella sua invenzione, laquale nella sua più lontana altezza di appena tre piedi Ùnge fermamente unatroppo rimota distanza dal pulpito, perchè gli attori si sostino là dentro a dia-logo, più grandi essi medesimi dei palagi che vi sono rappresentali. Si vedequindi che l’architetto a sola pompa immaginava in quelle lo spettacolo d’unacittà, che volge i capi di alcune contrade al pulpito dove l’azione voleasi ac-caduta, a modo degli antichi che fingevano tali prospettive dipinte sulle porledella scena. Il disuso delle rappresentazioni non più ripetute da tanti anni nelteatro olimpico ha fatto dimenticare un’ altra singoiar cura adoperata nellaprima recita dell’Edipo, della quale ci dà conto Angelo Ingegneri nella Storiadella poesia rappresentativa pubblicata in Ferrara l’anno 1598; egli nota cheil suolo del pulpito era compartito a foggia di marmi di varii colori, i qualioltre di render vaghezza alla vista, segnavano agli attori il punto della fer-mata, la via dell’entrare e dell’andarsene per modo che da circa cento per-