E SULLE OPERE DI
L’educazione domestica non era stata perfermo in tutte le sue parli sana al figliuolo,e l’istruzione di don Ivaldi era stata sterileall’alunno. Non ostante alle materne cure, nonmanca mai molta sapienza, perchè natura edamore le inspirano e le governano. Nel collegiotorinese questa sapienza naturale mancava: ele arti dell’insegnamento erano anch’elle difet-tive o viziose. L’edificio era magnifico. Distri-buiti i giovani in tre appartamenti, quelli delterzo e parte del secondo studiavano nel Colle-gio; l’altra parte del secondo andavano all’uni-versità, o formavansi alla milizia: quelli delprimo erano Russi, Polacchi, Inglesi, Olandesi,Italiani; una miscela d’ ogni nazione, tranneFrancesi; una confusione di costumi. E i gio-vani degli altri due appartamenti andando ognigiorno alla messa o alle scuole di scherma edi ballo passavano fra quella sciolta allegriade’compagni più liberi, osservavano il vietatofrutto, e si struggevano d’invidioso desiderio. Ilgiovinetto Alfieri presto passò ull’umanità, pre-sto alla retorica. Fra maestri e discepoli igno-ranti faceva la sua figura. Voltava secondo levecchie pratiche il latino in italiano, e l’ita-liano in latino: spiegò il suo Virgilio, Livio, Ci-cerone: imparò anche a ordinare metricamentele parole latine; esametri e pentametri da farpaura. E gareggiava di memoria eoa un suocondiscepolo. Ma questi potea dire a mente isuoi secento versi,Vittorio appena quattrocento.Onde alcune volte indispettito e fremente pian-geva; cupido invano della vittoria, non accesodi odio contro il vincitore, la cui molta bel-lezza lo piegava, anche suo malgrado, ad amar-lo. Avido delle piacevoli istorie, ebbe tra’com-pagni un facile novellatore, il quale tanto avealarga la vena, quanto altri sodisfacesse al suoventre. Sicché l’Alfieri cambiava i mezzi polli,che a tavola gli toccassero, per quei racconti:e forse con questa medesima moneta gli vennefatto di acquistare un Ariosto. Leggeva congran diletto le carte del ferrarese Omero, manon intendeva troppo: e quelle amabili ed ar-tificiose interruzioni dell’epico narratore spia-cevano fortemente alla seria anima del futurotragico. Principalmente aguzzava l’ingegno aquelle descrizioni lascive, che son tanto sedu-centi e pericolose all’adolescenza; ma il ne-cessario lume mancava a penetrar quel miste-ro. L’Eneide del Caro lesse egli con furore piùvolte: i drammi del Metastasio gli andavano
VITTORIO ALFIERI xxi
a genio, chi n’eccettui le ariette interrompi-trici della passione: anche alcune commediedel Goldoni gli piacquero—Cosi passò a geo-metria ed a filosofia.
Di morale in quel benedetto Collegio nonparlavasi mai ai giovani: la storia non chia-mavasi mai in aiuto a illustrare i classici: allefonti del Bello, ai fondamenti del gusto, al so-lido ed efficace uso della parola non v’era disci-plina che conducesse.Certamente con altri me-todi c maestri avrebbe l’Alfieri fatto insigniprogressi nella via degli studj; ma per quantogiustamente abbia egli vituperato quella suaprima ìnstituzione, non però vuoisi crederla diquella nullità eh’ egli dice. A buon conto il suomaestro di umanità, per sua medesima confes-sione, era uomo d’ingegno e di alcun sapere:poi Virgilio, Livio, Cicerone, 1’Ariosto, ilCaro, il Metastasio, e il Goldoni, quantunqueIetti a sbalzi, o non pienamente intesi, nonparlano mai senza effetto a chi è nato peressere un Vittorio Alfieri. E le nature diquesta tempra vogliono educarsi ed istruirsida sè. Fu condotto una sera all’opera buffa,ed era il mercato di Malmantile. Quella di-vina musica lo scosse tutto , Io infiammò, gliriempì le orecchie e F anima di armonioseonde, di frementi affetti, di fantasie, di pensieri,lo fece melanconico, solitario, svoglialo d’ognialtra cosa, poeta. E poesie avrebbe fatto, sedavvero avesse posseduto una lingua. Que-ste sono lezioni fruttuose ai grandissimiingegni.
Passato nel secondo appartamento, la mat-tina avea scuola di geometria, il giorno di lo-gica; 1’ una, e l’altra nella vicina Università.Ma la geometria non gli entrava assolutamentenel cervello, e quella logica peripatetica erauna intera morte per lui. Ravvolti ne’ loromanlelloni, mentre i professori Ialinamentespiegavano i loro temi, gli scolari animalesca-mente dormivano; o pretestando all’uscita unaqualche necessità, se n’andavano scorrazzandoper le vie di Torino. Perdè un anno in questeapparenze di studio, un altro a fisica e adelica : e infine aiutandosi col meccanismodella fedele memoria, c poco o nulla inten-dendo quel che ricevca nella mente per do-verlo rendere con l’apparecchiata parola, subìfelicemente la prova del magistero con mara-viglia sua e sodisfazione de’professori, e fumatricolato nelle arti .—La ragion civile e la