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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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E SULLE OPERE Dì

che la presenza di una piacevole signora ispi-rarono il vivace giovine, e lo fecero autore diun sonetto ( agosto 1762 ). Versi italiani nonaveva mai fatto. Cucì insieme frasi ariosteschec metastasiane sicché si combinassero in quat-tordici rime, ed ebbe le lodi della signora chenon intendeva la poesia, ma sì bene la gio-ventù, e la disapprovazione dello zio che amava 'la signora e non voleva intendere la poesia odi non gustarla superbamente si compiaceva ;il qualè col severo suo ridere chiuse per lungotempo quella vena che già già zampillando siapriva. — Per quanto fossero utili questiprovvedimenti, le infermità non cessavano.Onde il capo gli si ammalò un’ altra voltascrepolandosi tutto come la terra riarsa dalsole, e versando il solito umore in tanta copiae con tanta ostinazione, che gli fu necessariolasciarsi radere tutti i capelli, e metter par-rucca, bersaglio alle baie e alle burle deicondiscepoli. Se queste malattie sul craniofossero una purgazione del cervello operatadalla sapienza della natura, non so. Certa-mente in quella testa era 1’ agitazione di unaforte e generosa vita.

L’anima del fanciullo, vergine alle im-pressioni delle cose alle quali fu nata, e si-mile ad arboscello che debba crescere recandoesterne sostanze a proprio alimento, è mira-bilmente comunicativa con quelle cose, e nonavendo ancora sufficienza di persona dentroda sè, vive tutta o principalmente nel mondoesteriore. Però l’Alfieri, quantunque ordinatoa singolarissima individualità, e fanciullo me-lanconico e solitario, pure essendo natural-mente disposto ad amare, amava volentierichi gli stesse d’intorno: e quanto meno eradistratto in diverse impressioni, tanto più for-temente raccoglieva il suo affetto in quellepiù consuete. Un suo cameriere, pronto ad in-tendere, sagace ad indovinare gli altrui pen-sieri, svelto nell’eseguire, e lepido narratoredi piacevoli istorie, non potea non entrargliassai facilmente nel cuore. E non si stupirannotutti coloro, che conoscono l’umana natura,nell’ascoltare, che questo accorto ed entranteuomo presto cangiasse il franco servizio in fa-cile regno, indi in petulante tirannia: e trattasseaspramente il padrone, lo trascurasse infermoquasi le intiere giornate, lo battesse ancora,e trovasse pazienza servile dov’ erano tantisemi di fierezza signorile, e d’insofferenza

VITTORIO ALFIERI

impetuosa. Ma la debolezza del còrpo nondava nervi alla baldanza dell’ animo, o nongli concedeva il pieno sentimento di sé: e apromuovere il felice svolgimento delle forzefisiche e a dare a tutta la vita tale animosoimpulso che la facesse nota a sé stessa, eranecessaria la libertà. Momento solenne e som-mamente pericoloso, da cui dipendono le sortidi un uomo!

Dopo dieci mesi di viceregno era morto inSardegna Pellegrino Alfieri lasciando sostanzeassai ragguardevoli. Vittorio, crede del de-funto zio, aveva allora quattordici anni; etànella quale le piemontesi leggi liberavano ilpupillo dalla tutela non obbligandolo se nonse alla lieve dipendenza da un curatore, ilquale impedisse l’alienazione dei beni, per-mettesse il libero uso delle entrale patrimo-niali. Col paterno censo e con T eredità dellozio, il giovine Alfieri sentivasi ricco; e la fa-coltàdellospenderequasi l’anima disserrandoglia maggiore ampiezza di vita, gli apriva ancheun più largo campo all’ uso e allo sviluppa-mento delle sue forze. Quindi essendo passaloneH’appartameulo primo lasciava l’abito nero,costume solito a portarsi negli altri due, esplendidamente vestiva. Mangiar bene, dor-mire a grand’agio, pochissimo studio e moltadissipazione, gli diedero forze , brio, ardire,talché parve presto trasmutarsi in un altro. Eprimo fruito di questa prima sua libertà ful’appagamento di un ardentissimo suo deside-rio: poter andare alla cavallerizza. Nascevaallora quella passione, che poi divenuta adultaregnò con l’amore e con la gloria nel pettodel conte Alfieri, non contenta dei secondionori. Vedetelo dunque fra’ suoi coetanei ca-valcare le lunghe ore con un impeto di volontà,con un entusiasmo, con un furore, che nonsolamente sono argomento di fervidezza gio-vanile, ma presagio di un’ attività prodigiosa.Ora correr giù per una precipitosa china dal-l’eremo di Camaldoli fino a Torino; ora peiboschi fra il Po e la Dora simulare la cacciadel cervo, e inseguire un suo cameriere viafuggente sopra un ronzino, e saltar fossi, eguadar fiumi, e tutte difficoltà superare. Io tisaluto, o magnanimo giovinetto, nella cuianima dorme il pensiero dell’italica tragedia,ma in cui si sveglia quell’ eccelso vigore chepoi seco lo farà prorompere nella tonante pa-rola! Tu ora scuoti ogni vizio della malsana