29
ATTO SECONDO
SCENA I.
GIOCASTA, CREONTE
CREONTE
Deh! fine ornai poni al lungo tuo pianto.Questo di stesso, che parea di stragiApportatore, non fia spento forse,
Che vedrem pace in Tebe. Un orror taleSeppi ispirar di colant’ empia guerraD’ Eteocle nel cor, che in mente quasiDi ristorar la violata fedeFermo egli ha; dove il fralel suo pur cangiMinacce in preghi.
GIOCASTA
Oggi i fraterni sdegni
Fine avran, si ; ma il fin qual fia? sta scrittoNei fati; e il ciel soltanto il sa. Deh! fosse,Qual men lusinghi tu ! Nuli’ altra spemePria di morir m’avanza... A pace alquantoD’Eteocle il superbo animo dunquePiegar potevi? Io ’l crederò. Ma, resta,
Resta a placarsi inacerbito il coreDell’ esul figlio. Io piangerò; chè possoPoc’altro ornai: preghi, minacce, e preghiMescendo andrò; ma il sai;, non sono io madrePari all’altre; nè vuol ragion, ch’io speriQuel, ch’io non merlo, filial rispetto.
CREONTE
Io tei ridico, acquetati: fra tanteArmi, desir di più sincera paceMai non si vide. Ecco Eteocle ; ah ! compiL’impresa tu, cui buon principio io diedi.
SCENA II.
GIOCASTA, ETEOCLE
GIOCASTA
Giunto è l’istante, o figlio, ove 1’ un 1’ altro,
Senza rancore, al mio cospetto, esporre
Sue ragioni dovrà. Giudice fammi
Tra voi natura. Io, più d’ ogni altri, in core
Io far ti posso risonar addentro
Quel sacro nome di fratei, che ornai
Più non rammenti.
eteocle
E sei rammenta ei meglio?Fratello egli è, qual cittadin; fratello,
Qual figlio egli è, qual suddito; del pariOgni dovere ei compie.
GIOCASTA
Ogni dovere,
Meno il dover di suddito, ti liceAnnoverare A lui tuo giuro espressoTe fa suddito: eppure, io re ti veggio. —
Nell’ udirti appellar suddito, fremi?
Ma dimmi, di’; più chiaro è il titol forseDi re spergiuro?
ETEOCLE
E re sprezzato, or dimmi,
Titol non è più infame? Ornai, chi scioltoHammi dal giuro, se non f armi sue?
Io libero giurai, libero voglio,
Non a forza, attenere. Il mal difesoTrono ov’ io mai per mia viltà lasciassi,
Come ardirei ridomandarlo io poscia?
GIOCASTA
Già il tuo valor, già la fierezza è nota;
Fa, eh’ or lo sia la fede. Ah ! di ferociVirtù non far contra un fratello pompa.
Uman ti mostra, e generoso, e pio;
Madre non vuol dal figlio altra virlude :
Forse a te par virtù di un re non degna?
ETEOCLE
Non degna, no, se di timore è figlia. —
Brevi udrai mie parole : al tuo cospettoRagion, se il puote, ei del suo oprar darammi.Madre, vedrai, eh’ alma ho regai ; eh’ io tengoL’ onor più in pregio, che la vita e il regno.
SCENA III.
POLINICE, GIOCASTA, ETEOCLEGIOCASTA
Oh da gran tempo invan bramato figlio !
Pur li riveggo in Tebe!... Alfin ti stringoAl sen materno... Oh quanto per te piansi !...Or di’: miglior fatto ti sei? chiedestiLa madre; eccola: in lei l’orrido incarcoDi fraterna querela a depor vieni?
Deh! dimmi; a me, consolator ne vieni,
0 troncator de’miei giorni cadenti?
POLINICE
Così pur fossi al tuo pianto sollievo,
Madre, com’io il vorrei ! Ma tale io sono,
Che meco apporto, ovunque il passo io volga,L’ira del cielo. Ancor, pur troppo! o madre,