Buch 
Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
Entstehung
Seite
74
JPEG-Download
 

74

VIRGINIA

E cen pregiamo; la mia figlia nacqueLibera, e tal morrà. Non dubbia provaDello schietto suo nascere ti sia,

L’ averla a sè prescelta Icilio sposa.

ICILIO

Sappi, oltre ciò, eh’ ella ad Icilio è caraPiù assai che vita, e quanto libertade.

APPIO

Per or, saper solo vogl’ io, se nasceLibera, o no. L’esserli e sposa, e cara,Cangiar non può sua sorte. — I torvi sguardi,I feroci di fiele aspersi delti,

Che ponno in me? Quale ella sia, ben tostoE Icilio, e Roma, giudicar mi udranno.

SCENA III.

MARCO, APPIO, VIRGINIA, NUMITORIA,ICILIO, POPOLO , Littori

MARCO

D’Appio all’eccelso tribunale innanziVengo, qual debbe un citladin; seguaciMolti non traggo; e l’ampio stuol, che cingeQui gli avversarj miei, già non m’infondeTimore al cor: prove, e ragioni adduco;

Non grida, e forza, ed armi. Altro non odeAppio, che il dritto; e del mio dritto provaSia non lieve, l’aver primi costoroRotto ogni uso di legge; e pria risposto,

Che la domanda io fessi.

APPIO

È ver, novello

Questo proceder fu.

ICILIO .

Ma udiamo : narra ;

Questo tuo dritto esponi.

MARCO

Ecco donzella,

Che dal supposto genitor si noma:

In mia magion, d’una mia schiava è nata;Quindi, bambina, a me dalla maternaFraude sottratta, e a prezzo d’or vendutaA Numitoria, che nudrilla in veceD’altra, onde orbata era rimasta. Il primoCollo all’inganno, era Virginio stesso;

Ond’ ei credeala, e crede ancor sua figlia.Gente, cui noto è il prezzo, il tempo, il modo,Condotta ho meco; e son mia sola scorta.Quant’io ti narro, ecco, a giurar son presti.

NUMITORIA

A giurar sempre i mentitor son pronti.

Ciò che asserir romana madre ardisce ,(Romana si, e plebea) creder dovrassiMen che i sozzi spergiuri di chi infameTraffico fanne? Almen, pria che costoroGiurin ciò che non è, per brevi istanti

Deh ! si ascolti una madre. Il popol luttoAll’affetto, al dolore, ai moli, ai detti,Giudicherà se madre vera io sono.

APPIO

Io giudicar qui deggio ; e ognun tacersi. —E quelli più, che ad odio, o amore, od iraServendo ognor, sol di ragion nemici,

Van parteggiando; e intorbidata, e guastaFinor pur troppo han la giustizia in Roma.

ICILIO

Giudizio è questo, e non si ascoltai! parti?Ciò che a null’uom si vieta, ad uua madreVietar vuoi tu ?

APPIO

Vuoi tu insegnarmi forseA giudicar, perchè tribuno fosti?

Io pur privato, qual tu sei, pietadePotria sentir, di madre e figlia al nome;Ma, in questo seggio non si ascolta affetto:Nè al pianto qui, nè alle minacce stolte,

Ma sol dar fede alla ragion conviensi.

Del chieditor le prove pria; la madreVerace, o falsa, udire io deggio poscia.Forza di legge eli’è:... ma voi la spemeNon riponeste or nelle leggi ; io ’l veggo.

ICILIO

Leggi udir sempre risuonar qui densi,

Or ch’è di pochi ogni voler qui legge?

Ma poiché addurle chi le rompe ardisce,Addur di legge anch’io vo’ gli usi ; e dicoChe della figlia giudicar non lice,

S’anco il padre non v’é.

POPOLO

Ben dice: il padre

È necessario.

MARCO

Non è conscio il padre,

Vel dissi io già, della materna fraude.

ICILIO

Ma della vostra io ’l sono; e, se non cessiTu dall’ impresa tosto, or tosto udrammiRoma svelar gli empj maneggi vostri.

APPIO

Taci, Icilio. Che speri ? in chi Callìdi ?

Nel mormorar sedizioso forseDi pochi, e rei, che al tuo parlar fan plausoFolle, oh quanto l’inganni! A me sosteguoIo son ; sol io : l’amor ne’ tuoi fautori, *

Al par che l’odio , è inefficace e lieve. —

La plebe si, ma non gl’Icilii, estimo;

Me il lor garrir non muove; ira non temo .E rie lusinghe di tal gente io sprezzo.

ICILIO

Ben fai ; sprezzar chi a te obbedisce dei.

Ma il di, che andavi il favor nostro vanoTu mendicando; il di, che te fingeviUmile per superbia ; e per viltadeMagnanimo ; e incorrotto, e giusto , e pioPer empietà; quel di, parlar t’udimmoMeno altero d’alquanto. A tutti noto,