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VIRGINIA
E cen pregiamo; la mia figlia nacqueLibera, e tal morrà. Non dubbia provaDello schietto suo nascere ti sia,
L’ averla a sè prescelta Icilio sposa.
ICILIO
Sappi, oltre ciò, eh’ ella ad Icilio è caraPiù assai che vita, e quanto libertade.
APPIO
Per or, saper solo vogl’ io, se nasceLibera, o no. L’esserli e sposa, e cara,Cangiar non può sua sorte. — I torvi sguardi,I feroci di fiele aspersi delti,
Che ponno in me? Quale ella sia, ben tostoE Icilio, e Roma, giudicar mi udranno.
SCENA III.
MARCO, APPIO, VIRGINIA, NUMITORIA,ICILIO, POPOLO , Littori
MARCO
D’Appio all’eccelso tribunale innanziVengo, qual debbe un citladin; seguaciMolti non traggo; e l’ampio stuol, che cingeQui gli avversarj miei, già non m’infondeTimore al cor: prove, e ragioni adduco;
Non grida, e forza, ed armi. Altro non odeAppio, che il dritto; e del mio dritto provaSia non lieve, l’aver primi costoroRotto ogni uso di legge; e pria risposto,
Che la domanda io fessi.
APPIO
È ver, novello
Questo proceder fu.
ICILIO .
Ma udiamo : narra ;
Questo tuo dritto esponi.
MARCO
Ecco donzella,
Che dal supposto genitor si noma:
In mia magion, d’una mia schiava è nata;Quindi, bambina, a me dalla maternaFraude sottratta, e a prezzo d’or vendutaA Numitoria, che nudrilla in veceD’altra, onde orbata era rimasta. Il primoCollo all’inganno, era Virginio stesso;
Ond’ ei credeala, e crede ancor sua figlia.Gente, cui noto è il prezzo, il tempo, il modo,Condotta ho meco; e son mia sola scorta.Quant’io ti narro, ecco, a giurar son presti.
NUMITORIA
A giurar sempre i mentitor son pronti.
Ciò che asserir romana madre ardisce ,(Romana si, e plebea) creder dovrassiMen che i sozzi spergiuri di chi infameTraffico fanne? Almen, pria che costoroGiurin ciò che non è, per brevi istanti
Deh ! si ascolti una madre. Il popol luttoAll’affetto, al dolore, ai moli, ai detti,Giudicherà se madre vera io sono.
APPIO
Io giudicar qui deggio ; e ognun tacersi. —E quelli più, che ad odio, o amore, od iraServendo ognor, sol di ragion nemici,
Van parteggiando; e intorbidata, e guastaFinor pur troppo han la giustizia in Roma.
ICILIO
Giudizio è questo, e non si ascoltai! parti?Ciò che a null’uom si vieta, ad uua madreVietar vuoi tu ?
APPIO
Vuoi tu insegnarmi forseA giudicar, perchè tribuno fosti?
Io pur privato, qual tu sei, pietadePotria sentir, di madre e figlia al nome;Ma, in questo seggio non si ascolta affetto:Nè al pianto qui, nè alle minacce stolte,
Ma sol dar fede alla ragion conviensi.
Del chieditor le prove pria; la madreVerace, o falsa, udire io deggio poscia.Forza di legge eli’è:... ma voi la spemeNon riponeste or nelle leggi ; io ’l veggo.
ICILIO
Leggi udir sempre risuonar qui densi,
Or ch’è di pochi ogni voler qui legge?
Ma poiché addurle chi le rompe ardisce,Addur di legge anch’io vo’ gli usi ; e dicoChe della figlia giudicar non lice,
S’anco il padre non v’é.
POPOLO
Ben dice: il padre
È necessario.
MARCO
Non è conscio il padre,
Vel dissi io già, della materna fraude.
ICILIO
Ma della vostra io ’l sono; e, se non cessiTu dall’ impresa tosto, or tosto udrammiRoma svelar gli empj maneggi vostri.
APPIO
Taci, Icilio. Che speri ? in chi Callìdi ?
Nel mormorar sedizioso forseDi pochi, e rei, che al tuo parlar fan plausoFolle, oh quanto l’inganni! A me sosteguoIo son ; sol io : l’amor ne’ tuoi fautori, *
Al par che l’odio , è inefficace e lieve. —
La plebe si, ma non gl’Icilii, estimo;
Me il lor garrir non muove; ira non temo .E rie lusinghe di tal gente io sprezzo.
ICILIO
Ben fai ; sprezzar chi a te obbedisce dei.
Ma il di, che andavi il favor nostro vanoTu mendicando; il di, che te fingeviUmile per superbia ; e per viltadeMagnanimo ; e incorrotto, e giusto , e pioPer empietà; quel di, parlar t’udimmoMeno altero d’alquanto. A tutti noto,