76
VIRGINIA
APPIO
Siccio ribelle, ivi...
ICILIO
Che narro io stragi?
Son note già. Sangue per anco in RomaSparso non han; ma a larga mano l’oro,
Che orribil prezzo fia di sangue poscia.
Chi pensa e parla qual Romano il debbe,Nemico oggi è di Roma. Alle donzelleSposo, e parenti, e libertade, e fama,
Tutto si toglie. Or, che aspettate? Il duro,
Il peggior d’ogni morte orribil giogoImposto a voi da voi ; che d’ uom vi lasciaIl volto appena, e il non dovuto nome ;
Perchè da voi non cade infranto a terra ?
Sete Romani voi? romane gridaOdo ben ; ma romane opre non veggio.
Sangue v’è d’uopo ad eccitarvi ? Io leggoGià del tiranno in volto il fero cennoDi morte. Or via, satelliti di sangue,
Vostre scuri che fanno? È questo il capo,Appio, quest’è, che tronco, o a Roma torreDebbe, o per sempre render libertade.
Fin che sul busto ei sta, trema ; lo udraiLibertade gridare , armi, vendetta.
Se Roma in se Romani altri non serra,
A Tarquinio novel novello Rrulo,
Vivo o morto, son io. Mira, io non fuggo,
Non mi arretro, non tremo: eccomi....
VIRGINIA
Oh cielo !
Appio deh! frena l’ira: entro al suo sangueNon por le mani: odi che il popol freme,
Né il soffrirà. Troppo importante vitaMinacci tu : me fa perir; fia il dannoMinore a Roma, e a le...
ICILIO
Che fai? tu preghi?
E un Appio preghi? In faccia a Roma, in facciaA me? Se m’ami, a non temere impara:
E se d’amor prova ti debbo io primaDar qui, la vita, in don tu la ricevi,
Da Romana qual sei, d’Icilio sposa.
NUMITORIA
Oh terribil momento I Appio, ten pregoUn’altra volta ancor: Virginio torni,
E s’aspetti, e s’ascolti.
POPOLO
Appio, deh! torniVirginio; il vogliam tutti...
APPIO
Io più di tulli,Presente io ’l voglio; ei lo sarà: nel foroTutti vi aspetto al nuovo di. — CostuiDi morte reo, per or non danno a morte ;Creder potreste, ch’io di lui temessi:
Per ora ei viva, e al gran giudicio assista;
Se il vuole, in armi; e voi con esso, in armi.Dar pria sentenza della schiava udrete,
E di lui poscia. A veder qui v’invilo,
Che in sua virtù securo Appio non trema.
MARCO
Ma vuol la legge, che appo me frattantoResti la dubbia schiava.
ICILIO
Infame tetto
Di venduto cliente asii sarebbeD’onesta vergin mai? Legge non havviIniqua tanto; o se pur v’ha, si rompa.
MARCO
Mallevador chi fia della donzella?
POPOLO
Mallevador noi lutti.
ICILIO
Ed io con loro.
Andiam: vedranne il nuovo sol qui lutti,Certi di noi, di nostre spose, o estinti.
SCEMA IV.
APPIO, MARCO
APPIO
Icilio ell’ama? E sposa n’è? — Più forte ,
Più immntabil sto quindi in mio proposto.
Va, temerario, or nella plebe affida,
Menlr’io...
MARCO
La plebe a ribellar più pronta,
Più accesa mai vedesti?
APPIO
Altro non vidi,
Fuor che Virginia; e mia sarà. — Ch’io tremi,Vuoi dirmi forse? e ad Appio osi tu dirlo?
Chi la plebe temesse, arbitro foraD’essa giammai? Temporeggiar nel primo,
E prevenire il suo furor secondo ;
Sempre impavido aspetto; amaramenteRrevi lusinghe a minacciosi dettiIrle mescendo: ecco i gran mezzi, ond’ioSon ciò ch’io sono; e più eh’uom mai qui fossoFarommi.
MARCO
Invano, finché Icilio vive,
Gli atterrisci, o seduci. In lui, nel suoCaldo parlar, nel tribunizio ardireTrovan, membrando i loro prischi dritti,
Esca possente a non estinto foco,
Che nei petti già liberi ribolle.
APPIO
Fin eh’ altro a far mi resta, Icilio viva.
Di sofferenza giova anco talvolta
Far pompa: Icilio viva, e il popol vegga,
Che poco ei può contr’ Appio. In odio, e sprezzo■ Cangiar vedrai dalla volubil plebeIl suo timido amor : d’Icilio a dannoTorncran l’armi sue, di sua rovina