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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO TERZO

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Che tu in udire il lagrimevol caso.

EGISTO

Ma, perchè a me tal nuova espressamenteStrofio manda ? ei fu ligio ognor d’Atride :Ognuno il sa. Non fu da Strofio stessoTrafugato il tuo figlio? a lui ricettoNon diede egli in sua corte?

CLITENNESTRA

È ver, da prima;

Ma or già molti anni, assente ei n’era; e posciaMai non ne udimmo più.

EGISTO

Fama ne corse;

Ma il ver, chi ’l sa? certo è pur, certo, ch’ebbeFin da’primi anni indivisibil scorta,

Custode, amico, difensore, il figlioDi Strofio; quel suo Pilade, che abborro.Nemico sempre erami Strofio in somma:

Come cangiossi ?...

CLITENNESTRA

Or che tu re sei fatto,

Non sai, per prova, il cor di un re che sia? —Barbaro 1 forse or ti compiaci udirmiAsseverar ciò che mi duol pur tanto?

Va , n’ odi al fin quanto a te basti ; vanne ;Lasciami. — Strofio alle sue mire OresteUtil credè ; perciò da te il sottrasse ;

Quindi il raccolse, e regalmente amollo:

Quindi il cacciò, quando disutil forseGli era, o dannoso; e quindi ora li mandaRatto il messaggio di sua morte ei primo. —Tu in questa guisa stessa un di m’amavi,Pria che il marito io trucidassi, e il regnoTen dessi; e tu cosi m’odiasti poscia;

Ed or, cosi mi sprezzi. Amor, virtude,

E fede, e onore, in voi mutabil cosa,

Giusta ogni evento, sono.

EGISTO

A te la scelta,

Ben lo rimembri, a te lasciai la sceltaInfra gli Atridi, o i Tiestei: tu stessaScegliesti. A che, con grida non cessanti,Scontar mi fai tua scelta? Io t’amo, quantoTu il merli.

CLITENNESTRA

— Egisto, alle importune gridaIo pongo fin. Sprezzami tu, se il puoi ;

Ma dirlo a me, non ti attentar tu mai.

Se amor mi spinse a rio delitto, pensaA che può spinger disperata donnaSpregiato amor, duolo, rimorso, e sdegno.

SCENA. VI.

EGISTO

S’odan coslor: nulla rileva il resto.

ATTO QUARTO

SCENA I. ,

ORESTE, PILADE

PILADE

Eccoci al punto: or d’arretrarci tempo,No, più non è: davanti a sè ne vuoleEgisto, il sai; qui d’aspettarlo impostoNe viene: e qui, se tu non cangi il modo,

A uccider no, ma a morir noi, venimmo.Altro non dico. A tuo piacer vaneggia;Come al ferir, presto al morire io vengo.

ORESTE

Misero me ! Cotal rampogna io merto ,

Il so: troppo tu m’ami; io non fui degnoDi te finor; deh! scusa. Io frenerommiAl cospetto d’ Egisto; e ciò più lieveSarammi, spero, che il frenarmi innanziA lei, che il manto, il volto, ambe le maniPareami aver tinte di sangue ancora.

Meglio assai l’odio, che a nemico io porto ,

Nasconderò, che non quell’ orror mistoD’ira e pietade, onde me lutto empieaDi tal madre la vista.

PILADE

Ad essa incontro

Chi ti spingea? non io.

ORESTE

Più di me forte,

Noti so qual moto. Il crederesti? in menteDa pria mi entrava di svenarla; e tostoMi assalia nuova brama, d’ abbracciarla:

Quindi entrambe a vicenda. — Oh vista ! oh statoTerribil, quanto inesplicabili...

PILADE

Taci.

Ecco Egisto.

ORESTE

Che veggo? e con lui vieneAnco la madre?...

PILADE

0 me tu svena, o faci.