158 OTTAVIA
NERONE
Pietade?... Si: pietà raen prese.
SENECA
Al trono
Compagna e al regai talamo tornarla,
Forse?...
NERONE
Tra breve ella in mia reggia riede.
A che rieda, il vedrai.—Saggio fra’ saggi,Seneca, tu già mio ministro e scortaA ben più dubbie, dure, ed incalzantiNecessità di regno; or, men lusingo,
Tu non vorrai da quel.di pria diversoMostrarmiti.
SENECA
Consiglio a me, pur troppoIChieder tu suoli, allor che in core hai fermaGià la feral sentenza. 11 tuo pensieroNoto or non m’è; ma per Ottavia io tremoUdendo il parlar tuo.
NERONE
Dimmi: tremavi
Quel di, che tratto a necessaria morteIl suo fratei cadeva? e il di, che reaPronunziavi tu stesso la superbaMadre mia, che nemica erati fera,
Tremavi tu?
SENECA
Che ascolto io mai? l’infameGiorno esecrando rimembrar tu ardisci? —Entro a quel sangue tuo me non bagnai ;
Tu tei bevesti, io tacqui: è ver, costrettoTacqui, ma fui reo del silenzio, e il sono,Finch’ io respiro aura di vita. — ahi stolto,Ch’io allor credetti, che Neron potriaPor fine al sangue col sangue materno !
Veggo ben or, ch’indi ha principio appena.—Ogni nuova tua strage a me novelliDoni odiosi arreca, onde mi hai carco;
Nè so perchè. Tu mi costringi a torli;
Prezzo di sangue alla maligna plebeParran tuoi doni : ah ! li ripiglia ; e lasciaA me la stima di me stesso intera.
NERONE
Ove tu P abbi, io la ti lascio. — EspertoMastro sei tu d’alma virtù: ma, il sai,
Ch’anco non sempre ella si adopra. IntattaSe a te serbar piacea l’alta tua fama,
Ed incorrotto il cor, perchè l’oscuroTuo patrio nido abbandonar, per questoReo splendore di corte? — Il vedi: insegnoIo non stoico a te stoico; e sì il mio senno,Tutto il deggio a te solo. — Or, poiché toltoTi sei, qui stando, il tuo candor tu stesso;Poiché di buono il nome, ov’ uom sei perdaMai noi racquista più ; giovami, il puoi.
Me già scolpasti dei passati falli ;
Prosiegui; lauda; e l’opre mie colora;
Ch’ è d’alcun peso il parer tuo. Te credeMen rio che altr’uom la plebe; in le gran possa
Tuttor suppon sovra il mio cor: tu, in somma,Tal di mia reggia addobbo sei, che biasmoDi me non fai, che più di te noi facci.
SENECA
Ti giova, il so, eh’ altri pur reo si mostri :Divisa colpa a te men pesa. Or sappi,
Ch’io, non reo de’ tuoi falli, io pur ne porloLa pena tutta: del regnar mi è dato11 miglior premio; in odio a tutti io sono.
Qual mi puoi nuova infame cura imporre,
Che aggiunga?...
NERONE
Ei t’é mestier dal cor del volgoTrarre Ottavia.
SENECA
Non cangia il volgo affetti,Come il signore; e mal s’infinge.
NERONE
AH’ uopo
Ben cangia il saggio e la favella, e 1’ opre:
E tu sei saggio. Or va; di tua virtude,
Quanta ella sia, varrommi il di che appienoDir potrò mio l’impero: io son frattanto,
Il mastro io sono in farlo mio davvero,
L’ alunno tu : fa eh’ io ti trovi or dunqueDocile a me. Non ti minaccio morte ;
Morir non curi, il so; ma di tua famaQuel lieve avanzo, onde esser carco estimi,Pensa che anch’ egli al mio poter soggiace.Tome a te più, che non ten resta, io posso.Taci ornai dunque, e va; per me t’ adopra.
SENECA
Assolute parole odo, e cosperse
Di fiele e sangue. — Ma T evento aspetto,
Qual eh’ ei sia pure. — Ogni mio aiuto è vanoA’tuoi disegni, e reo. Che a sparger sangueNeron per sè non basti sol, chi ’l crede?
SCHIVA II.
NERONE
— E con te pur la tua virtù mentita,
Altero stoico, abbatterò. PunirtiSeppi finor coi doni : al di, eh’ io t’abbiaDispregevole reso a ogni uom più vile,
Serbo a te poi la scure.—Or, qual fia questaMia sovrana assoluta immensa possa,
Cui si attraversan d’ ogni parte inciampi?Ottavia abborro ; oltre ogni dir PoppeaAmo; e mentir l’odio e l’amore io deggio ?Ciò che al più vii de’ servi miei non vietaForza di legge, il susurrar del volgoFia che s’attenti oggi a Neron vietarlo?