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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO PRIMO

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SCENA III.

NERONE,POPPEA

POPPEA

Alto signor, sola mia vita; ingombroDi cure ognora, e dal mio fianco lungi,

Me tieni in fera angoscia. E che? non fia,

Ch’ io lieto mai del nostro amor ti vegga?NERONE

Lungo da te, Poppea , mi tien talvoltaIl nostro amor; nuli’altro mai. Con graveE lunga pena io l’acquistava ; or debboTravagliarmi in serbarti: il sai, che a costoAnco del trono, io ti vo’ mia...

POPPEA

Chi tormi

A te, chi ’1 può, se non tu stesso ? è leggeOgni tuo cenno, ogni tua voglia in Roma.

Tu in premio a me dell’amor mio ti desti,Tu a me ti togli ; e il puoi tu appien ; com’ ioSopravviver al perderti non posso.

NERONE

Toglierti a me? nè il pur potrebbe il cielo.Ma ria baldanza popolar, non spentaDel tutto ancor, biasmare osa frattantoGli affetti del cor mio: quindi m’è forza,

Che antivedendo io tolga...

POPPEA

E al grido badi

Del popolo?

NERONE

Mostrar quant’ io l’apprezziSpero, in breve; ma a questa Idra rabbiosaLasciar niun capo vuoisi: al suolo appenaTrabalzerà l’ultima testa, in cuiRoma fonda sua speme; e infranta a terra,Lacera, muta, annichilata cadeLa superba sua plebe. Appien finoraMe non conosce Roma: a lei di menteBen io trarrò queste sue fole anticheDi libertà. De’ Claudj ultimo avanzoOttavia, or suona in ogni bocca; il suoDestin si piange in odio mio, non ch’ellaS’ami: non cape in cor di plebe amore:

Ma all’ insolente popolar licenzaGiova il fren rimembrar debile e lentoDi Claudio inetto, e sospirar pur sempreCiò che più aver non puote.

POPPEA

È ver; tacersi,

Roma noi sa; ma, e ch’altro ornai sa Roma,Che cinguettar? Dei tu temerne?

NERONE

Esiglio

Lieto troppo, ed incauto, a Ottavia ho scelto.Intera slassi di Campania al lido

L’armata, in cui recente rimembranzaVive ancor d’Agrippina. Entro quei petti,

Di novità desio, pietà fallaceDella figlia di Claudio, animo fello,

E ria speranza entro quei petti alligna.

Io mal colà bando a lei diedi, e peggioFarei quivi lasciandola.

POPPEA

Tenerti

Dee sollecito tanto ornai costei ?

Oltre il confra del vasto impero tuoChè non la mandi? esiglio, ove pur basti,Qual più securo? e qual deserta piaggiaRemota è sì, che t’allontani troppoDa lei, che darsi il folle vanto ardisceD’averti dato il trono?

NERONE

Or, finché toltoDel tutto il poter nuocermi le venga,

Stanza più assai per me secura eli’abbiaRoma, e la reggia mia.

POPPEA

Che ascolto ? In Roma

Ottavia riede?

NERONE

A mie ragion da loco....

POPPEA

Ove son io, colei?...

NERONE

Dehl m’odi...

POPPEA

Intendo;

Ben veggo;... io tosto sgombrerò...

NERONE

Deh I m’odi :

Ottavia in Roma a danno tuo non torna;

A suo danno bensì...

POPPEA

Vedrai tu tosto,

Ch’ella vi torna al tuo. Ti dico intanto,

Che Ottavia e me, vive ad un tempo entrambe,Non che una reggia, una città non cape.

Rieda pur ella, che Neron sul seggioLocò del mondo; ella a cacciarnel venga.

Di te mi duol, non di me, no, eli’ io pressoDi Otton mio fido a ritornar son presta.Amommi ei molto, e ancor non poco ei m’ama :Potess’ io pur quell’ amator sì fermoRiamare 1 Ma il cor Poppea non seppeDivider mai ; nè vuole ella il tuo coreCon T abborrita sua rivai diviso.

Non del tuo trono, io sol di te fui presa,

Ahi lassa ! e il sono: a me lusinga dolceEra l’amor, non del signor del mondo,

Ma dell’ amato mio Neron : se in parteA me ti togli; se in tuo cor sovrana,

Sola non regno ; al tutto io cedo, al tuttoIo n’esco. Ahi lassa ! dal mio cor potessiAppien così strappar la immagin tua,

Come da le svellermi spero!...