172
OTTAVIA
atto onvro
SCESA. I.
OTTAVIA
Ecco, già il popol tace: ogni tumultoCessò; rinasce il silenzio di morte,
Col salir delle tenebre. Qui deggioAspettar la mia sorte; il signor mioCosì l’impone. — Or, mentre sola io piango,Che fa Nerone ? In rei bagordi egli apreLa notte già. Securo slassi ei dunque?
Sì tosto? appieno?... E in securtà pur viva!
Ma, a temer pronto, e a distemer del pari,Nulla ei più crede ad un lontan periglio :
Di un tanto error, deh, non glien torni il danno!—Fra disoneste ebrezze, e sozzi giuochiDi scurril mensa, or (qual v’ha dubbio?) orrendaMorte ei mi appresta. Il fratei mio già vidiCader fra le notturne tazze spento;
Scritto in note di sangue a mensa anch’ eraD’Agrippina l’eccidio: ognor la primaVivanda è questa, che a sue liete ceneImbandisce Neron; le palpitantiMembra de’suoi.—Ma, il tempo scorre; e niunoVenire io veggio,... e nulla so... Del tuttoSeneca anch’ egli or mi abbandona?... Ah, forsePiù non respira... Oh cielo!... ei sol pietosoEra per me..; Neron già forse in luiII furor suo... Ma, oh gioia! Eccolo: ei viene.
SCENA II.OTTAVIA, SENECA
OTTAVIA
Seneca, oh gioia! ancor sei dunque in vita?Vieni, o mio più che padre... E che? nel voltoMen tristo sembri: oh! che mi arrechi?
SENECA
Intatta,
Godi, è pur sempre la innocenza tua.
Le tue tante virtù d’ alcun Ior raggioInfiammato a virtude hanno i più bassiServili cori. Infra marlirj atroci,
Fra strazj orrendi, le tue ancelle a un grido,Tutte negaro il tuo supposto fallo.
Marzia fra loro era da udirsi : in fermoViril libero aspetto ( e da far onta
A noi schiavi tremanti ) in Neron fittiGl’ imperterriti sguardi, ora a vicendaTigellino, or Nerone, ad alta voceMentitor empj iva nomando: e pienaDi generosa rabbia, inni solenniDi tua santa onestà cantando, saldaElla ai tormenti, da forte spirava.
OTTAVIA
Misera ! ahi degna di miglior destino !...
Ma ciò, che vale? A ricomprar mio sangueHavvi sangue che basti?
SENECA
Or, più che pria,
Scabro a Neron fassi il versarlo. Hai trattoLustro od onor donde sperò T iniquoChe infamia trar tu ne dovresti, e morte.Bucero stesso, benedire ei s’ odeIl suo morire. Or giuramenti orrendi,
Per cui sua testa agl’infernali NumiConsacra ; or spande liberi, e ferociDetti, che attestan tua virtude ; or giuraPiù a grado aver e funi, e punte, e scuri,
Che 1’ oro offerto di calunnia in prezzo.
Di Tigellino ei le promesse infamiChiare ad ogni uomo fa; lo ascoltan pieniD’inusitato orror gli stessi ferìSuoi carnefici, e quasi le lor maniTrattengon, mal lor grado. In fretta io vengoIl grato avviso a dartene.
OTTAVIA
Deh! mira,
Chi viene a me: miralo, e spera.
SENECA
Oh cielo !
SCENA III.
TIGELLINO, OTTAVIA, SENECA
TIGELLINO
Il tuo signor ver te m’invia.
OTTAVIA
Deh! rechi
Tu almen mia morte? Or che innocente io sono,Grata sarammi.
TIGELLINO
Il tuo signor per ancoTal non ti crede; e, ad innocente farti,
Non bastava il munir di velcn pria