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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO

QUARTO

1

Sollievo a me, s’io pur merlo sollievo,

E s’io posso non tua restare in vita,

Bastante a me sollievo fia, l’averli,

Col mio partir, tolto ogni danno...

NERONE

Ai preghi

Del tuo consorte arrenditi; o i comandiDel tuo signor rispetta. A me non puoi,

Neppur tu stessa, toglierli; nè il puoteUmana forza, se il mio impero priaNon m’è tolto, e la vita. All’ira immensaCh’entro il petto mi bolle, alla vendettaCh’ esser de' tanta, (anch’ io Io veggio) i mezziSon lenti; e il paion più; ma il venir tardaNocque a vendetta mai?

POPPEA

Credi, a salvarti,

O a più tempo acquistar, giovar può soloIl mio partir: vuoi che sforzata io parla,Mentre il posso buon grado? Il popol s’ odeCiò minacciare; e la minor fla questaDi sue minacce: a Ottavia altro maritoSceglier pretende, e che con essa ei regni.

Sta il trono in lei; tu il vedi. Or, eh’ io ti lasciScambiar Poppea pel trono? Ah ! Ncron, prendiL’ultimo addio...

NERONE

Non più: troppo m’irrita...

POPPEA

E s’ anco il di pur giunge, ove tu palmaAbbi d’ Ottavia, e delta plebe a un tempo,

Odio pur sempre ne trarrai, non poco.

E allor, chi sa? ne incolperesti forseLa misera Poppea. Quel eli’ or mi portiVerace amor, chi sa se in odio alloraNoi volgeresti, ripentito? Oh cielo!..:

A un tal pensier di tema agghiaccio. Ah lungiIo da te morrò pria;... ma intero almenoCosi il tuo amor ne porto io meco in tomba..

NERONE

Basta ornai, basta; in me già l’ira è troppa...

D’ abbandonarmi ogni pensier deponi.

E Roma, e il mondo, e il ciel noi voglian, miaSarai tu sempre: a te Néron lo giura.

SCENA IV.

TIGELLINO, NERONE, POPPEA.

TIGELLINO

Viva Neron.

NERONE

Gli hai tu dispersi? spenti?

Signor son io di Roma? — E che? tu (orniSenza sangue sul brando?

TIGELLINO

Ancor di sangue

Tempo non è: ma ben si appressa, io spero.Pur, grand’arte esser vuole: io fei più gridaSparger fra ’I volgo : or, che li appresti forseA ripigliare Ottavia; ov’ella possaD’alcune tacce di maligne linguePurgar sua fama: or, che gli oltraggi insaniFatti a Poppea, destato a nobil’iraÀveano il cor d’ Ottavia stessa; e eh’ ellaDi pace in Roma apportatrice riede,

Non di scompiglio...

poppea

E crede il popol stolto,Ch’io la di lei pietà?...'

NERONE, .

Sempre, arte, sempre?

Non ferro mai ?

TIGELLINO

La men probabil cosa,

Vera talvolta al popol pare. 0 stancoFosse, o convinto, a queste varie voci,

Ei rattemprò di sua ribelle gioiaIl gran bollore in parte. Il di frattantoSi muore ; e fian segnai funesto T ombreDi ragioni ben altre. Già già taciti

I pretoriani schieransi ; proscritte

Già son più teste. Il nuovo sol vedrassiSorger nel sangue; e nel silenzio, quindi.Ma, se pur spento ogni tumulto affattoDoman tu vuoi; se a breve gaudio falso,Lungo terribil lacrimar veraceVuoi che sottentri ; ad evidenza pienaOr t’è mestiero trar le accuse graviGià intentate ad Ottavia : in altra guisaMai non verresti^ del tuo intento a fine.

Tutti uccider noti puoi...

NERONE

Men duol.

TIGELLINO

Ma lutti

Convincer puoi. L’ ultima strage è questa,

Ove adoprar l’arte ornai debbi,

NERONE

Vanne,

Poich’ è pur forza; e le intentale accuseCaldamente prosiegui. Andiam, Poppea;Vendetta avrem di quest’ iniqua. Intanto

II di verrà, che a compier mie vendette,

Più mestier non mi fla l’altrui soccorso.