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OTTAVIA
OTTAVIA
Tu, men ch’ogni altri,Speri : Neron troppo conosci : hai fermoTu per te stesso ( e certo a me noi nieghi )Sfuggir da lui con volontaria morte:
Tu, fermo in ciò, da men mi credi, e m’ami?Tremendo ei m’è, fin che dell’alma albergoQueste misere mie carni esser veggio.
Oh qual può farne orrido strazio! e s’ioAlle minacce, ai tormenti cedessi?
Se per timor mi uscisse mai del labroDi non commesso, nè pensato fallo,
Confession mendace ?... Da lunghi anniUso a mirar dappresso assai la morte,
Tu stai securo: io non cosi; d’etadeTenera ancor, di cor mal fermo forse;
Di delicate membra; a virtù vera
Non mai nudrita; e incontro a morte cruda
Ed immatura, io debilmente armata:
Per te, se il vuoi, fuggir poss’io di vita;
Ma, di aspettar la morte io non ho forza.
SENECA
Misero me! co’miei cadenti giorniSalvar sperava i tuoi. Dovea la plebeUdir da me le ascose, inique, orrendeArti del rio Neron;... ma invano io vissi:
Tace la plebe ; ed altro ornai non odeChe il timor suo. Di questa orribil reggiaMi è vietato l’uscire... Oh ciel! chi valeContro empio sir, s’empio non è?
OTTAVIA
Tu piangi?...
Me dall’infamia, e dai martir, deh! salva:
Da morte, il vedi, ogni sperarlo è vano.Salvami, deh! pietade il vuole...
SENECA
E quando...
Io pur volessi,...in si brev’ora... or... come?..Meco un ferro non ho; giunge a momentiNerone...
OTTAVIA
Hai teco il velen sempre: usbergoSolo dei giusti in queste infami soglie.
SENECA
Io,... con me?...
OTTAVIA
Si; tu stesso, altra fiata,
Tu rnel dicesti. I più segreti affettiDel travagliato animo tuo, qual padreTenero a figlia, a me svelavi allora.
Rimembra, deh! ch’io teco anco ne piansi.—Ma, il nieghi? Io già maggior di me son fatta.Necessità fa prodi anco i men forti.
Giunge or ora Nerone; al fianco ei sempreCinge un acciaro: io mi v’avvento, e il traggo,E men trafiggo... La mia destra forseMal servirammi: io ne farò pur l’atto.
Di aver tentato di trafigger lui,
Mi accuserà Nerone : e ad inauditaMorte dannar tu mi vedrai...
SENECA
Deh ! donna,
Quai strali di pietade a me saetti?,..
Per me il vorrei... Ma,., l’ingannasti; io mecoNon ho veleno...
OTTAVIA
...E ognor non rechi in ditoUn fido anello? eccolo; il voglio...
SENECA
Ah! lascia...
OTTAVIA
Invano... Io ’l tengo. Io ne so l’uso: ei morieRatta, e dolce rinserra...
SENECA
Il ciel ne attesto...
Deh ! ten prego,., mel rendi... Or, s’altra via...
OTTAVIA
Altra non resta. Eccolo schiuso... Io tuttaGià sorbita ho coll’alito la polveMortifera...
SENECA
Me misero!...
OTTAVIA
Gli Dei
T’abbian mercè del prezioso dono,
Opportuno a me tanto... Ecco... Nerone.
A liberarmi... deh!... morte... ti... affretta.
■ SCEMA V.
NERONE, POPPEA, TIGELLINO,OTTAVIA, SENECA
NERONE
Cagion funesta d’ogni affanno mio,
Dalle mie mani al fin chi ti sottragge?
Chi per te grida ornai? Dov’è la plebe? —Ren scegliesti: partito altro non hai,
Che svelarti qual sei: far chiaro appienoA Roma, e al mondo ogni delitto tuo;
Me discolpar presso al mio popol, darti,
Qual t’è dovuta, con infamia, morte.
SENECA
Più non mi pento, e fu opportuno il punto.
OTTAVIA
Nerone, appien già sei scolpalo; godi.
Già d’esser stata tua, d’averti amato,
Data men son debita pena io stessa.
NERONE
Pena? che festi?
OTTAVIA
Entro mie vene serpeGià un fero tosco...
NERONE
E donde ?...
POPPEA
Or mio davvero,
Neron, fu sei.