maria stuarda
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Alte a scacciar, non ch’uom che re si nomi,Ma qual più umile e sofferente fora,
MARIA
E allor che a lui tutta ridea dintornoQuesta mia corte, altro il vid’ io? Le faciArdeano ancor qui d’Imeneo per noi,
E mi avvedeva io già, che in cor gli slavaNon io, ma il trono. Ahi lassa me! deh, quanteVolte il regai tiepido letto io posciaBagnai di pianto! e quante al ciel mi dolsiD’altezza troppa, ove per essa toltoEra a me d’ ogni ben 1’ unico, il sommo,L’essere amando riamata! EppureIo benché lungi da soverchia e falsaOpinion di me, pur mi vedeaDi giovinezza e di bellade in fioreQuanto altra fosse; e d’ amor vero accesa,
Che pregio era ben altro. Or che n’ ebb’ io ?D’ogni oltraggio il più fero in cambio n’ebbi.Largo al par del mio onore ei, che del suo,
Con empia man traea quel Rizio a morte;Macchia eterna ad entrambi...
IAMORRE
E che, noi desti
Or per anco all’ oblio? straniero vile,
In soverchio poter salito, ei spiacqueAl tuo consorte, e al popol tuo...
MARIA
Ma farsi
Ei 1’assassin dovea di un vii straniero?
Fare, o lasciar, che sei credesse il mondo,
Ch’ io per colui d’iniqua fiamma ardessi?
Giusto Dio, ben tu il sai! — Fedel consiglio,Conoscitor degli uomini sagace,
Ministro esperto erami Rizio: in mezzoAI parteggiar secura, per lui, stetti:
Vani, per lui, della instancabil miaAspra nemica Elisabetta i tantiPerfidi aguati: Arrigo in fin per luiLa mia destra ottenea con il mio scettro.
Nè disdegnava ei lo straniero vile,
Fin che per mezzo suo vedea da lungiLa corona, il superbo. Ei l’ebbe: e qualeMercé ne diede a Rizio? Infra le queteOmbre di notte, entro il regai mio tetto !
Fra securtà di sacre mense, in mezzoA inermi donne, a me davanti, gravePortando il fianco del primiero pegnoD’amor già dolce, al tradimento ei viene:
E di quel vii, quanto innocente, sangueLa mensa, il suolo , e le mie vesti, e il voltoContaminarmi, e in un mia fama, egli osa.
LAMORRE
Troppo era Rizio in alto. A un re qual puossiPiù oltraggio far, che averlo posto in seggio?Tor può il regno chi’l diede, e chi il può torre,S’odia e spegne dai re. Ma pure ArrigoA tua vendetta abbandonava posciaDi tale impresa i complici: col sangue,
Farmi, il sangue lavasti. — Io qui non vengo
D’Arrigo a tesser laudi: egli è minoreDel trono; or chi noi sa? eh’ ei t’è consorte,Vengo a membrarti; che di lui pur nasceL’ unico erede del tuo soglio. Un graveScandalo insorge dai privati vostriSdegni ; a noi tutti alto periglio è presso.
Fama è ch’oggi ei ritorna: altre fialeTornò; ma quindi ei ripartia più mesto,
E assai più fosca rimaneane 1’ auraDella tua reggia poi. Deh ! fa che invanoOggi ei non venga : assai discordie, troppe,Nutre in sé questo regno. In mille opposteSette straziar, non professare, io veggoReligion , che giace. Ultimo dannoFia la regai dissension , deh! il togli.
Senza velen di menzognera lingua,
Di cor verace, arditamente io parlo.
MARIA
10 lei credo: ma basta. Or deggio in breveDare all’ anglo orator prima udienza.
Lasciami: e sappi, e al popol di, se il vuoi,
Ch’ io di me stessa immemore non vivo
Si, ch’altri or debba il mio dover membrarini.Ciò che a dirmi li sforza amor del veroDillo ad Arrigo, a cui più assai si aspetta.
Oda ei {se il può ) senza timor nè sdegno,Questo parlar tuo libero, eh’ io in provaDi non colpevol coscienza udiva.
SCENA. II.
MARIA
Del volgo cieco instigator mendaci,
D’empia setta ministri, udrò sempr’ io
11 favellar vostro arrogante? — Ah! questo,
Ali quanti affanni seggon meco in trono,
È il più grave a soffrirsi : eppur mi è forzaSoffrirlo, infin che al prisco alto splendorePer me non torna il mio depresso soglio.
SCENA III.
MARIA, ORMONDO
ORMONDO
Regina, a te raffermator di pace,
E d’ eterna amistà nunzio m’inviaElisabetta; il cui possente aiutoAd ogni impresa tua t’ offro in suo nome.MARIA
A prova io già l’amistà sua conobbi ;
La mia per essa argomentar puoi quindi.
ORMONDO
Perciò fidanza, e di pregarli ardirePrendo io...
MARIA
Di che?